Aspecismo e liberazione animale, di Doriam Battaglia, Como, 1 aprile 2020

 

In questi giorni di vita sospesa, si ha il tempo per pensare e ripensarsi in una visione nuova del nostro stare al mondo, forse utopica, ma necessaria se si vuole uscire in piedi da questa spaventosa emergenza.

Tutti i problemi che dobbiamo affrontare, anche se non è facile comprenderlo, derivano dall’impiego massiccio di prodotti di origine animale, che ancora oggi, in modo assolutamente anacronistico, sono utilizzati per lo sviluppo della nostra economia.

Per questo articolo ho coniato il termine aspecismo, che trovo più corretto di antispecismo, generalmente utilizzato. Infatti, mentre quest’ultimo ha una connotazione negativa, con il prefisso “anti” che richiama un senso di opposizione senza negare la valenza del termine stesso, la “a” privativa, invece, dichiara subito il non specismo, negando il termine che la segue.

L’aspecismo, quindi, si pone al di sopra del concetto, per me superato, di specie.

Delle tre ragioni principali che supportano l’aspecismo – quella etica-filosofica, quella ecologica-economica e quella nutrizionista-salutista – voglio qui affrontare unicamente il primo aspetto, rimandando la trattazione degli altri a prossime occasioni.

  1. CONSIDERAZIONI ETICHE-FILOSOFICHE.

1.1. La liberazione animale.

Tutte le persone comprendono il significato di queste due parole, liberazione e animale, ma pochi ne interiorizzano il reale valore. Perché, se così fosse, metterebbero subito in atto comportamenti concreti.

Oggi non c’è più nessuno che si definisca razzista o sessista, ma lo stesso non si può dire per lo specismo: nella nostra cultura non si è ancora radicato il concetto di parità tra tutte le specie viventi.

Eppure, razzismo, sessismo e specismo sottendono la stessa fallacia, ovvero lo stesso falso ragionamento.

Vi è una diffusa quanto infondata convinzione che, tra tutte le specie viventi, quelle animali siano superiori a quelle vegetali. E, allo stesso ingiustificato modo, vi è il pregiudizio che tra le specie animali, quella umana sia superiore.

Perché? Chi lo dice e sulla base di quali criteri?

E’ facile rispondere: lo dicono – guarda caso – solo gli esseri umani e sulla base di criteri che possono essere soddisfatti unicamente dagli stessi umani.

Ovvero, non si è mai sentito che un gatto o un cavallo, o una balena o un’aquila dicessero, o facessero intendere, che la specie umana è superiore. E nemmeno è scritto quale verità assoluta che essere su due piedi sia meglio – nel senso di superiore – che su quattro zampe o su due ali.

Allora, da dove deriva tale senso di superiorità nell’uomo?

Anche qui è facile rispondere: dal semplice fatto che l’uomo è in grado, più o meno, di sottomettere le altre specie animali.

In altri termini, si fa passare la violenza, il sopruso e la coercizione per qualità non solo distintive della specie umana, ma anche distintive di una presunta superiorità di specie.

Cioè, viene riproposto lo stesso ragionamento che è alla base del colonialismo (ricordiamoci, ad esempio, dei conquistadores spagnoli che sterminarono il popolo Maya), della schiavitù (la presunta superiorità della razza bianca su quella negra) e della Shoah (la presunta superiorità degli ariani sugli ebrei).

In tutti i casi, che si tratti di specie su specie o razza su razza – superiorità umana su altri animali, superiorità spagnoli su Maya, superiorità bianchi su negri, superiorità ariani su ebrei –la violenza, l’interesse personalistico e quello economico vengono occultati sotto un pseudo-ragionamento, volto a giustificare il sopruso.

Eppure, il concetto di uguaglianza (intesa come pari dignità) nella diversità di razza o specie è un concetto molto antico, già espresso da San Francesco, con tutto l’amore di cui era capace, quando parlava ai fratelli animali. L’affermazione più poetica mai pronunciata dei diritti di tutti i viventi.

E’ importante parlarne e discuterne, ma se ci fermiamo qui le cose non cambieranno mai.

Chi veramente crede nella dignità di ogni essere vivente deve anche agire in concreto per cambiare le cose, riducendo, o meglio ancora azzerando, il consumo di prodotti di origine animale.

Ogni modificazione nel nostro comportamento, se pur piccola, si somma a quelle altrui, generando grandi cambiamenti nel nostro modo di vivere e di concepire la società. Oggi più che mai questa è una rivoluzione necessaria per salvare la Vita, il pianeta e noi stessi.

La nostra società è profondamente sofferente, sempre più insostenibile, eticamente aberrante.

Quando si parla di vincere la causa della liberazione animale, si intende proprio questo: lottare per adottare tutti quei comportamenti che trasformino il nostro modo di vivere.

Non bisogna perdere tempo perché ogni secondo vengono trucidati migliaia di animali nel mondo, in nome di un’economia malata.

In fondo è tutto molto semplice, non sono richiesti grandi sacrifici o azioni eclatanti: è sufficiente modificare il nostro modello di consumo.

Se tutti smettiamo di utilizzare prodotti animali, l’economia cambierà in brevissimo tempo, si svuoteranno progressivamente gli allevamenti, sino alla totale chiusura, e le colture di cereali e legumi, destinate ora all’alimentazione animale, si convertiranno per l’alimentazione umana.

Se falliremo questa battaglia sarà perché non ci avremo creduto sino in fondo e il risultato sarà la distruzione dell’ecosistema e l’estinzione dei sapiens.

Chi in coscienza ha compreso il problema, ma non agisce prontamente, giustifica e avvalla con il suo comportamento la situazione attuale e il suo inevitabile epilogo.

Ognuno di noi è responsabile delle morti e delle sofferenze che continuano a perpetrarsi negli allevamenti, nei macelli e nei laboratori delle case farmaceutiche e cosmetiche.

Tutti i problemi attuali dell’umanità derivano, senza eccezione, dall’impiego di prodotti di origine animale. Possibile che sia così difficile capirlo! Le alternative esistono da moltissimo tempo, non abbiamo più alcuna scusa.

Gli animali non umani non hanno la possibilità di fare una rivoluzione e liberarsi da soli.

L’uomo per mezzo delle sue capacità intellettuali ha sviluppato un grande potere. La potenza umana, amplificata a dismisura dalla scienza e dalla tecnica, ha portato l’uomo a dominare il mondo. Un tale potere ha contemporaneamente e inevitabilmente generato grandi responsabilità, prima fra tutte quella della salvaguardia dell’intero pianeta e delle sue specie viventi.

Invece, questo potere gli è sfuggito di mano e l’animale uomo è passato da essere preda a predatore.

Ora, per salvarci, dobbiamo riaffermare i diritti di tutti gli esseri viventi.

1.2. Considerazioni sulla violenza.

I soprusi contro gli animali sono legittimati dallo Stato e dalle nostre leggi; tranne rari casi, gli altri animali, così come le piante, non hanno alcun diritto. E’ la violenza del più forte, del sopraffattore.

La scienza e la tecnologia hanno dato all’uomo un potere sterminato che egli sta usando senza scrupoli contro la natura e gli altri animali. Il processo di reificazione messo in atto gli consente di guardare all’animale come a un oggetto privo di sentimenti, emozioni e incapace di provare dolore. E’ il medesimo meccanismo impiegato dal nazismo nei campi di concentramento.

Vorrei qui soffermarmi un attimo sul concetto di violenza, perché è fondamentale chiarire per capire ogni comportamento che vuole essere etico.

Esistono due tipi di violenza: la violenza necessaria e la violenza gratuita.

Una parte degli esseri viventi di questo pianeta riesce a vivere solo parassitando altre forme di vita. Le piante sono gli unici esseri viventi che non necessitano dello sfruttamento di altre forme di vita per sostenere la propria. Le piante sono autotrofe, cioè producono da sé il proprio nutrimento traendolo dal mondo minerale con l’energia solare, a differenza degli animali che, essendo eterotrofi, necessitano di nutrirsi attraverso altre forme di vita.

Gli animali erbivori si nutrono di vegetali, i carnivori si cibano di erbivori.

L’uomo onnivoro sfrutta sia le piante che gli animali e i loro prodotti, per il proprio sostentamento.

Ci sono anche animali che, pur non essendo autotrofi, si procurano il proprio nutrimento a base di foglie, frutti e semi delle piante, senza quindi usare violenza nei confronti di altre forme di vita.

Anche una piccola parte dell’umanità ha fatto una scelta analoga, i fruttariani, cibandosi esclusivamente di semi e frutti, intesi come tutti i frutti delle piante, anche delle verdure (ad esempio, i pomodori).

Questa è la forma più elevata del veganismo perché rispetta anche la vita del mondo vegetale.

Se per l’umanità fosse inevitabile cibarsi di prodotti animali, non ci sarebbe nulla da dire, ma non è così.

L’umanità, come ampiamente dimostrato dagli studi igienisti, medici, biochimici e fisiologici, può nutrirsi esclusivamente di vegetali; pertanto, l’utilizzo di ogni altro cibo si configura come una violenza immotivata, inutile e dannosa, non solo per gli altri animali, ma anche per sé e per tutto l’ecosistema.

E questo è tanto più vero oggi che ci stiamo avvicinando alla cifra di otto miliardi di persone.

La violenza del leone che preda la gazzella è un tipo di violenza necessaria. Se l’uomo fa altrettanto compie una violenza volontaria, perché non indispensabile.

1.3. Considerazioni sulla Coscienza.

E’ convinzione comune che la Coscienza venga a formarsi nel corpo umano a partire da una certa età (3-5 anni). Ma forse dovremmo ribaltare le cose. E’ il corpo che prende forma nella Coscienza e non l’inverso. Non c’è lo spazio qui per dissertare su questo argomento troppo complesso, ma si rimanda la trattazione ai numerosi scritti specifici.

Quando parliamo di Coscienza ci riferiamo a una forma individuale di essa. Pensiamo che ognuno di noi abbia la propria e che essa possa essere sviluppata individualmente e autonomamente.

Personalmente non credo sia così. Ogni singola Coscienza non è che la sfaccettatura del diamante che rappresenta la Coscienza collettiva, universale; ogni faccia riflette la luce in modo differente, facendo comunque parte del medesimo Sé.

Per noi uomini la vita umana ha un valore immensamente superiore a ogni altra forma di vita, ma questa non è una verità assoluta e incontrovertibile, è solo una verità relativa, riferita al punto di vista antropocentrico.

Nella realtà tutto è unito e nessuna parte ha un valore superiore alle altre.

Io credo che la Coscienza universale non comprenda unicamente l’umanità ma inglobi anche tutto il mondo senziente, animale e vegetale.

Tutto è UNO ed eterno, tutto ha la medesima dignità. Materia, spirito, pensiero, energia, vita sono consustanziali, inseparabili; nessuna di esse può esistere senza le altre perché sono in realtà una cosa sola.

In una visione aspecista del mondo è necessario ripensare anche alla ripartizione della Terra. Gli esseri umani non possono occupare con le loro attività l’intero pianeta, ma bisogna suddividere il territorio in zone, alcune delle quali saranno occupate dai sapiens e dalle loro attività, mentre altre dagli animali non umani. Queste grandi riserve verdi, ove gli altri animali potranno vivere completamente liberi, avranno anche la funzione di “polmoni” del pianeta. Qui non si svolgerà alcuna attività umana e tutto sarà lasciato alla completa manifestazione della Natura. Non ci saranno disboscamenti, coltivazioni, estrazioni minerarie, nulla di nulla; saranno territori tornati totalmente vergini.

Si instaurerà un nuovo rapporto tra l’uomo e gli altri animali, un rapporto di reciprocità sul medesimo piano, fatto di pura contemplazione passiva.

Oggi la società umana rappresenta per gli altri animali un vero inferno.

Possiamo paragonare la nostra società a un grande edificio, retto da una struttura fortemente gerarchica, nelle cui cantine sono collocati i mattatoi che alimentano l’intero complesso e che ha per copertura le cupole delle cattedrali e dei templi.

Questa struttura di dominio ha profonde radici culturali nelle tradizioni di tutto il mondo. E’ necessario estirparla attraverso un epocale cambiamento dei nostri comportamenti. Qualcosa si sta già facendo, ma è ancora troppo poco e ciò che sta accadendo in questi giorni ce lo dimostra.

Doriam Battaglia

Como, 1 aprile 2020

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Il processo creativo

 

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Il processo creativo nell’arte è legato per  via simbolica alla vita e alla trasmutazione dell’essere umano. Ogni gesto é generato da una profonda conoscenza spirituale.

La creazione di un opera supera il dramma della separazione tra materia e spirito perché è comunque il risultato di un energico gesto glorioso che unisce tutto in una sola realtà.

All’inizio il gesto é violento, quasi distruttivo; la tela candida viene imbrattata di colore apparentemente senza alcun senso. Man mano che il lavoro avanza emerge dalle sovrapposizioni e dalle velature un senso profondo che è il senso stesso dell’esistenza.

La materia si dissolve nella forma e nel colore, per raffinarsi via via facendo emergere un disegno bio morfo che si rivela solo nell’anima dell’osservatore.

L’artefice, attraverso un processo pensato ma dagli esiti imprevedibili, accende la scintilla divina che abita in ogni cosa. L’esplosione di colori da alla luce affascinanti tele dove, forse non a caso, le macchie di colore indistinte e fluttuanti, ricordano tessuti cellulari all’origine della vita stessa.

Come Cai Guo-Quiang nelle sue opere “esplosive”, voglio esplorare la reciproca relazione tra il potere distruttivo e quello creativo.

Sono sempre stato attratto e incantato dall’imprevedibilità e dalla spontaneità, da ciò che che sfugge al mio controllo.

Soprattutto quando realizzo le mie grandi opere, ma anche quando dipingo opere di piccolo formato, l’esplosine del colore lanciato sulla superficie pittorica, da corso a manifestazioni indipendenti e incontrollate, veicolando la spontaneità della materia e il suo aspetto performativo. 

Il colore che copre ogni cosa s’impone come attore, strazia la superficie e rovescia la sua potenza nella pienezza del sogno visivo.

Per me rappresenta una trasformazione drammatica e rivoluzionaria e da quel momento di distruzione nasce qualcosa che é miracolosamente bello. L’atto creativo é una progressiva rivelazione dello spirito nella materia.

Un gesto violento, forte ma non privo di grazia genera l’opera come riflesso artistico delle mie relazioni con il mondo dell’invisibile, quello che resta al di fuori delle mie percezioni sensoriali. Le mie opere si confrontano con l’energia e l’enigma della natura.

 

Como Cuore “Al cuore non si comanda”

Tra le iniziative di quest’anno di Comocuore ci sarà la manifestazione “Al cuor non si comanda”. Si tratta di una mostra di pittura. Gli artisti sono stati invitati a partecipare donando un opera. La sede dell’associazione di via Rovelli conterrà un percorso tra opere d’arte che verranno esposte per un mese con la possibilità di acquisto, il tutto per sostenere le iniziative che l’associazione metterà in atto per “Il cuore a scuola”, nell’ambito della prevenzione e della ricerca su alcune patologie cardiovascolari in età infantile.

La mostra ha come obiettivo quello di emozionare chi la visiterà, di esporre le opere degli artisti locali che recepiranno l’invito a donare una loro opera sul tema “Al cuor non si comanda”, così da contribuire alla raccolta fondi per la specifiche attività di Comocuore dedicate all’età infantile.

Il percorso mostra consentirà di visitare la sede comprendendone la strutturazione, i diversi luoghi dove si fanno anche visite di prevenzione e formazione, conoscere l’associazione da più vicino, essere a contatto con un’espressione artistica, anche eterogenea, che trova nello slogan “al cuor non si comanda” una serie di contenuti che spaziano dalle emozioni, alla riflessione personale, alle specifiche di natura medica, e tout court al senso della vita stessa.

La mostra sarà inaugurata venerdì 9 febbraio 2018, presso la sede di via Rovelli 8 Como, con un evento serale in cui si presenteranno artisti, opere e – ovviamente – lo spirito dell’iniziativa.

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Gran parte della massa del cuore è costituita dalle cellule muscolari cardiache. Queste cellule sono responsabili della proprietà caratteristica del cuore di contrarsi in assenza di uno stimolo esterno. Il segnale per la contrazione del miocardio non proviene dal cervello ma da cellule miocardiche specializzate dette autoritmiche. Le singole cellule miocardiche si ramificano e si collegano con le cellule adiacenti tramite le loro estremità per formare una rete complessa, le giunzioni cellulari costituite da membrane. Le cellule adiacenti, per mezzo delle giunzioni, comunicano tra di loro consentendo la trasmissione elettrica degli impulsi. Gli impulsi danno il ritmo alla Vita. L’opera vuole rappresentare, attraverso il ritmo emotivo, l’essenza della Vita stessa che anima ogni cellula del nostro corpo e dell’intero universo.

 

 

INFORMALE e PREFORMALE

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Capita spesso che qualcuno accosti la mia opera a quella di Jackson Pollock (1912-1956), il rappresentante più emblematico dell’action painting e il prototipo dell’artista maledetto. Jackson, in gioventù, per gravi problemi di alcolismo, si sottopose a diverse sedute psicanalitiche, così approdò al mondo della psicologia, scoprendo le dimensioni dell’inconscio e dell’irrazionalità, che determineranno la svolta decisiva verso la sua arte informale, acquisendo enorme fama che lo trasformò in un mito moderno.

Solo da una lettura superficiale la mia opera può essere accostata a quella di Pollock. Certo ho dei debiti nei suoi confronti, soprattutto per quanto riguarda l’invenzione della tecnica del «dripping», consistente nel far gocciolare il colore su una tela posta in orizzontale. Jackson colava il colore con gesti rituali e coreografici, nei quali erano presenti reminescenze dei riti magico-propiziatori praticati dai nativi americani, e le opere così realizzate si presentano come un caotico intreccio di linee e macchie, con una totale assenza di organizzazione razionale.

La mia opera mantiene l’aspetto gestuale e in parte casuale della colatura, ma in essa la casualità è controllata e diretta da interventi manuali per ricavarne forme primordiali che definisco pre-formali. Nell’opera di Pollock si ritrovano quelle tipiche istanze dell’esistenzialismo, caratterizzate da sfiducia nelle possibilità dell’uomo di realizzare le sue aspirazioni di un’armonia con il mondo esterno. Al contrario la mia opera ricerca tale armonia ipotizzando la possibilità di un mondo dove l’uomo, dopo milioni di anni di permanenza su questo pianeta, si evolva a un punto tale di riuscire a vivere senza più distruggere e annientare ogni altra forma di Vita. La sua opera si connota dunque per una carica drammatica ed angosciosa, mentre la mia apre alla speranza di una futura armonia con il resto dell’Universo.

Doriam Battaglia

Como, 3 gennaio 2018

Transumanesimo

“Io vi insegno il superuomo; l’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo?”
Friedrich Nietzsche,

Così parlò Zarathustra

 

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Natura pre-umana o post-umana, incontaminata dalla mano dell’uomo è ciò che simboleggio nella mia opera recente del ciclo “Chlorophill”, in esse critico questa società disumana, insostenibile e violenta. Abbandonare i nostri comportamenti distruttivi. Sostituire l’attuale umanità con un nuovo genere di uomo in grado di sviluppare al massimo la consapevolezza e l’autocoscienza. Un uomo nuovo capace di vivere su questo pianeta senza lasciare tracce indelebili del suo passaggio. Dobbiamo modificare il nostro modo di lavorare, produrre, fare politica, abitare, muoverci e alimentarci. Proprio dall’alimentazione dobbiamo iniziare questa rivoluzione verde pacifica che ci condurrà ad un diverso modo di vivere; il “transumanesimo”. L’uomo transumano avrà una vita lunga e sana, abbraccerà la filosofia della “non-violenza”, rispetterà la Natura, la proteggerà da ogni attacco, rispetterà gli altri animali come fratelli. Svilupperà abilità super-umane o post-umane. Trascenderà l’umano tenendo in considerazione dove ci ha portato sinora il mostro modello di vita (competizione, emigrazione, terrorismo, crisi economica, fame, inquinamento, distruzione dell’ambiente). Il mito di Icaro ci minaccia ancora ricordandoci il monito che l’uomo non può avvicinarsi troppo al sole (Dio) non può fabbricarsi delle ali (tecnologia) pena la morte sicura. Ci dice che gli uomini debbono accettare i propri limiti. Ma quali sono i nostri limiti? Perché non dovremmo provare a sconfiggere la malattia e la morte? Perché dovremmo rinunciare ad essere “sani” per tutta la nostra esistenza? Perché non dovremmo prevedere un futuro postumo e organizzare la nostra vita di conseguenza? Perché non dovremmo sviluppare una nuova Arte e una nuova Filosofia, un auto-trascendenza sostenuta da un ottimismo dinamico e da una tecnologia intelligente rispettosa della Natura, inserite in un ordine spontaneo.

Sviluppare un “estropia” (visione del futuro) legata fortemente al pensiero razionale, all’ottimismo pratico e a una società aperta che tenga conto del fatto che siamo cittadini dell’Universo. Dobbiamo sviluppare interesse per nuove direzioni del pensiero guidate da: intelligenza, informazione, energia, vita, esperienza, diversità, opportunità e crescita.

Dovremmo accettare la non esistenza di un creatore divino, per ergerci noi stessi a creatori. Ancora troppi intelletuali, nonostante si dichiarino a favore della ragione, della scienza e della tecnologia e nonostante siano dichiaratamente contrari ai dogmi dalla religione, temono ancora le proprie tendenze prometeiche che li spingono a sfidare gli dei.

L’odio contro i vegani? Freud ci spiega perchè.

I meccanismi di difesa sono strategie psicologiche messe in atto dall’inconscio allo scopo di manipolare, negare o distorcere la realtà per difendersi contro sentimenti di ansia e impulsi inaccettabili, al fine di mantenere il proprio schema.
Come avviene la reazione difensiva?
La definizione di base di questo meccanismo di difesa è la seguente: l’ansia, dato che produce emozioni e pensieri, viene padroneggiata esagerando la tendenza opposta e facendo sì che alcuni se ne escano con battute simili:
“Ma vuoi mettere una bella bistecca?”
“Meglio che non mangi carne, così ce n’è di più per me.”
“Mmmh, bacon!”
In genere, le persone non vogliono contribuire agli orrori dell’allevamento di animali. Ne sono terrorizzati, non vogliono pensare di essere immorali e di far del male ad altri esseri senzienti. Questo gli causa molta ansia e il loro ego subentra a proteggere il loro concetto di sé (beh, almeno quello che trovano accettabile).
Il loro ego vuole che non credano di essere delle persona cattive per il fatto di partecipare a queste atrocità e fa il possibile per evitare questo pensiero, nascondendo l’ansia che li riporta alla verità e poi esagerando in senso opposto.
Ecco perché i vegani sono spesso costretti a sentire commenti esageratamente “pro-carne”. Improvvisamente la carne diventa la cosa più buona sulla terra. Infatti, non è raro che, in presenza di un vegano, molti, con aria di scherno, finiscano per menzionare, animali morti, fare stupidi battute, descrivere i loro pasti, come se i vegani non avessero mai mangiato carne in vita loro.
Queste sono, quindi, le ragioni per cui la pancetta, la bistecca, la salsiccia sono gli slogan maggiormente usati dai mangiatori di carne. Sono la loro chiamata alle armi e simboleggiano la decadenza, l’ingordigia, l’egoismo e si oppongono direttamente all’altruismo e al controllo degli impulsi da parte dei vegani. Per esempio, “la pancetta” è nient’altro che una lastra di grasso. Viene ottenuta dal corpo di animali che sguazzano nella proprie feci tutto il giorno, ma che altrimenti sarebbero pulitissimi. Si pensi a cosa rappresenta la pancetta, però, in termini freudiani. C’è il simbolismo inconscio al lavoro: la pancetta rappresenta l’id.

foto di Animalisti Italiani Onlus - Modena.

Autocontrollo, responsabilità e rispetto

E l’uomo disse:”Facciamo Dio a nostra immagine, a nostra somiglianza” in modo da essere autorizzato a dominare su pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. Ma con il passare del tempo l’uomo si accorse che anche Dio era divenuto un impedimento alla propria sete di conquista. E allora promosse la morte di Dio in modo da avere le mani libera da ogni laccio e poter aggredire la materia e la vita stessa modificandone la struttura. La tecnica e le sue applicazioni tecnologiche hanno preso il posto di Dio. Dio è morto, nel mondo occidentale, il pensiero filosofico ha sostituito la religione, la libertà totale ha preso il posto dei dogmi. Oggi l’uomo non ha più nessuno che lo sovrasta, ha ucciso il padre e si trova solo a dover fare le proprie scelte. La libertà lo stà conducendo all’autodistruzione. Solo la ricostituzione di leggi etiche che tengano conto dei diritti di tutti gli altri esseri che popolano la Terra e della Terra stessa possono salvarlo. Abbiamo mangiato del frutto della conoscenza e siamo stati condannati alla sofferenza. Solo l’autocontrollo della nostra potenza può ancora darci una speranza di sopravvivenza su questo pianeta. Rispettiamo la Terra e tutti gli esseri che la abitano. Non possiamo moltiplicarci e crescere all’infinito, dobbiamo imporci dei limiti, non c’è più nessuno ce li impone dall’esterno, solo noi possiamo farlo. Per fare ciò dobbiamo darci nuovi paradigmi, elaborare nuovi concetti. In questo la religione non può più darci alcun aiuto, abbiano ucciso Dio e nulla potrà più resuscitarlo. La scienza e la tecnica, per loro natura, vanno nella direzione opposta, quella dell’autodistruzione. Ci restano solo la Filosofia e l’Arte che possono elaborare nuovi concetti in grado di riinventre il rapporto tra uomo e Natura. Ritrovare una dimensione etica della politica che ci allontani da queste “passioni tristi” in cui siamo precipitati. Autocontrollo, responsabilità e rispetto sono i nuovi concetti attorno ai quali l’uomo deve trovare la propria salvezza e quella dell’intero pianeta.

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Giotto – Basilica d’Assisi – San Francesco predica agli uccelli

Utilitarismo e Arte

Non è certo per le sue applicazioni pratiche che l’Arte riesce a entusiasmare milioni di persone. Ciò è dovuto al sublime fascino che essa emana.

Qual’è l’utilità sociale delle Arti visive? Chi dipinge diventa ricco, potente, famoso? No di certo, quasi mai succede. Ci sono molti altri modi, molto più semplici, sbrigativi ed efficaci,  per diventare ricchi e famosi. Allora perché uno lo fa , sottraendo tempo al divertimento, allo studio, al sonno e alla propria famiglia? Perché sente la voglia e la necessità di farlo? Stende per terra una tela e le getta violentemente sopra del colore, perché ha dentro di se la sensazione di stare compiendo un gesto importante, che resterà nelle storia dell’arte. Non per la sua utilità pratica o per il guadagno; se verrà, meglio, ma non è quella la molla. L’artista cerca in ogni modo di non ripetere ciò che altri hanno già fatto. Che utilità avrebbe rifare ciò che è già stato fatto?

L’artista deve creare, inventare, osare, con un coraggio da leone, con il serio rischio di sbagliare o di perdere anni a cercare una propria strada che forse mai troverà.

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