Doriam Battaglia, DALLA MATERIA ALLA FORMA, Mostra dal 21 giugno al 17 luglio 2024, alla CUVEE, Via Marco Polo, 6, Milano. Con testi di Doriam Battaglia e di Vincenzo Guarracino e fotografie di Carlo Pozzoni

DALLA MATERIA ALLA FORMA

testo di Doriam Battaglia

Un paysage quelconque est un état de l’âme”, un qualsiasi paesaggio è uno stato d’animo.

Journal intime del filosofo e poeta Henri Frédéric Amiel

Le opere di questa mostra sono paesaggi pre-formali dell’Universo risalenti a13,8 miliardi di anni fa quando l’Universo si è formato.

Paesaggi da guardare con un’attitudine mentale ed etica particolare, da leggersi in chiave metaforica. Oltre ciò che mostrano, oltre ciò che sono, stati d’animo, finestre su un mondo sconosciuto e inconoscibile. Opere che provocando, e non di rado esasperando il colore, quasi a voler riprodurre attraverso la studiata casualità delle loro dinamiche compositive l’evento di una nascita e l’affermarsi ed evolversi della stessa esistenza”. (V. Guarracino)

Queste opere vorrebbero suscitare uno stato d’animo, un clima psichico nell’osservatore che lo riconduca all’unita, a quell’Uno che tutto comprende e nulla esclude., a quella fratellanza cosmica di cui cantava già San Francesco.

Il Vuoto é forma e la forma é vuoto” recita il Sutra del Cuore, un vuoto che non è il Nulla nichilista, ma il pieno di ogni possibile essenza.

Veniamo dalle stelle e alle stelle torneremo. Tutto è unità e l’Uno è tutto ciò che esiste. Nel mio lavoro parto dal concetto di “Consustanzialità” ove materia, energia, forma, spirito, Vita e coscienza coesistono senza alcuna possibilità di separazione. Ma nel mondo attuale vediamo tante separazioni, conflitti, guerre e competizioni cruente. L’umanità è scivolata sempre più da una visione bio-centrica, quella della Grecia ad esempio, ove ciò che conta è la Vita, ad una antropocentrica ove conta solo l’uomo e i suoi interessi immediati. Da quando l’antropocentrismo è divenuto l’atteggiamento prevalente, promosso soprattutto dalla cultura giudaico-cristiana, che pone l’essere umano al centro come dominatore del creato, si è fatta strada una sempre più marcata differenziazione tra l’umano e ciò che umano non è. Da una visione collettiva ad una sempre più individualista, da un atteggiamento collaborativo ad uno fortemente egoistico. Non possiamo vivere da soli, abbiamo tutti bisogno degli altri, di ogni essere, siamo tutti connessi. Il comportamento antropocentrico ci sta portando a un punto di non ritorno. Cambiamenti climatici, inquinamento di terra, acqua e aria, pandemie, guerre che distruggono l’ambiente, flussi migratori sempre più inarrestabili per fuggire dalla guerra e dalla siccità che rendono inospitali larghe zone del pianeta, iniqua distribuzione delle risorse materiali e culturali.

In questa situazione complessa anche l’Arte deve fare la sua parte risvegliando le coscienze assopite da una cultura dominante miope, di corto respiro, riportando al centro del proprio agire la tutela della Vita in tutte le sue molteplici forme. E’ un atteggiamento irresponsabile pensare di dominare la Natura invece di armonizzarsi ad essa, rispettandola.

L’uomo si illude di trovare la libertà e la felicità e nel possedere egoistico, ma la felicità si può trovare solo nella condivisione e nella partecipazione al bene comune. Compito della scienza è ampliare la conoscenza, missione dell’arte è accrescere la coscienza collettiva. Una scienza senza etica, asservita a potere dominante, è estremamente pericolosa.

Noi esseri umani siamo destinati ad avere coscienza del mondo e di noi stessi, e per quello che ne sappiamo, rappresentiamo l’apice di essa in questo Universo.

Con la nostra estinzione anche la coscienza dell’Universo si azzera. In un futuro lontano anche l’Universo si esaurirà, mai il tempo è ciclico e altri infiniti universi sorgeranno dopo il nostro, come probabilmente è già accaduto prima del nostro.

Abbiamo questa grande responsabilità; mantenerci in vita per testimoniare l’esistenza dell’Essere. Per continuare a esistere come specie umana dobbiamo conservare in buona salute l’intera biosfera. Per fare ciò dobbiamo mettere in atto comportamenti responsabili, riducendo i consumi e ridistribuendo in modo equo le risorse rinnovabili della Terra. L’Arte deve sostenerci in questo proposito.


 

Testo di Vincenzo Guarracino, letterato e poeta: 

Rerum natura, hoc est vita, narratur

(«Descrivo la natura, cioè la vita»)

 PLINIO IL VECCHIO, Naturalis Historia, praef.13

C’è nel monumentale Journal intime del filosofo e poeta Henri Frédéric Amiel una frase, dedicata al valore del paesaggio, che sembra condensare la poetica che racchiude e tiene insieme il senso della panoplia di immagini che scorre come in un film sotto i nostri occhi: Un paysage quelconque est un état de l’âme, un qualsiasi paesaggio è uno stato danimo.

Come dire che ciò che si vede, più che di una cifra oggettiva sua propria, ossia di sue specifiche caratteristiche e qualità, è dotato di maggiore o minore gradevolezza a seconda dello stato danimo, del clima psichicoper così dire, con cui chi lo osserva lo percepisce e, per quanto riguarda l’artista, lo rappresenta. 

In altri termini, un paesaggio, ogni paesaggio, è inquadrabile allinterno delle coordinate di un momento specifico, che possono essere tormentate e complesse o serene e gratificanti, che sono immagini di uno stato danimo:  

teatro ed ostensione, quasi liturgica, soltanto di se stessi e paesaggi di unattitudine mentale e morale tutta particolare, da leggersi in chiave metaforica. Oltre ciò che mostrano, oltre ciò che sono, Stati danimo, Finestre su un mondo sconosciuto e inconoscibile. 

Paesaggiche vivono del loro stesso respiro, della natura delle nubi e delle brume, delle esalazioni della terra e del cielo, di albe e tramonti trasfigurati, in momenti particolari, zenitali dellanimo: ambiscono, come finestre”,  di essere varchi da cui il groviglio del segno si protende alla furiosa ricerca della luce verso immagini impensate, verso epifanie di senso nellocchio incantato dello spettatore, paesaggiche si aprono come reperti emozionali generati da unimprovvisa colatura di colore, dalla folgore di un segno che attraversa la campitura del quadro, squarciando il tutto dellopera, per dipanarsi in contesti di essenziale tensione della forma. 

Certo, resistono, come si diceva, il colore e il gesto: meglio, il colore, un colore-spazio-segno, che guida la mano imprimendo allinsieme velocità a tratti vorticose, tanto da sfidare le leggi stesse della stabilità e della coerenza del supporto (tela, carta, legno), per reclamare con la sua lievitante e debordante sostanza spazi contigui e successivi avvitandosi e allungandosi in strie, girandole e spirali. Forme cromatiche in espansione, anfratti e arcobaleni di un pensiero senza memoria che si svolge e avvolge prima di ritornare su stesso per impennarsi, meraviglioso e meravigliato, inseguendo un progetto e un sogno che si ripete allinfinito e che i titoli allusivamente si incaricano di lasciar intuire e rilanciare. 

Come definirle altrimenti se non storie di segni, “capricci” di linee e sintagmi cromatici governa­ti, sotto il segno del comune denominatore della Meraviglia, da una furiosa ricerca della luce, dall’ansia della salvezza di un varco, imprigionati e costretti come sono nei muri spessi del labi­rinto di un’opprimente condizione esistenziale, lasciando solo a tratti affiorare lacerti e fantasmi di presenze, oggettuali o umane? 

Storie e fonemi di pittura, dunque, che parlano soltanto di se stesse, perfettamente autoreferenziali e incuranti per lo più di qualsivoglia obbligo realistico e mimetico, come dimostra anche l’estrema parsimonia di indicazioni.

Microcosmi strutturali di un’assoluta necessità di espressione, vivono, nel tempo della loro scrittura, come gesti e alfabeti interferiti da continue distrazioni e insorgenze emozionali, che impongono al segno sulla minima scena del quadro continue contrazioni o dilatazioni, in un movimento di diastole-sistole del pensiero (viene in mente un aforisma di Paul Valéry, “Pensare è perdere il filo”), provocando e non di rado esasperando il colore, quasi a voler riprodurre attraverso la studiata casualità delle loro dinamiche compositive l’evento di una nascita e l’affermarsi ed evolversi della stessa esistenza.

Ecco, a ben vedere, è proprio questo l’elemento dominante e unificante di queste opere, pur nel necessario cambia­mento di situazioni e intenzioni, l’attenzione cioè al processo dell’apparire ed affermarsi dell'”immagine”, al lucreziano clina­men del suo nascere e accamparsi sulla superficie del supporto (tela, carta, legno), facendo sì che un’idea attraverso la tecnica diventi manifestazione sensibile di un’essenziale verità e cifra di una accettazione delle intrinseche leggi della materia.

MIRABILIA, l’arte di vivere il bello, mostra pittorica, allo Spazio Natta (Via Natta, 18, Como), venerdì/sabato/domenica dal 5 al 20 Luglio 2024. Inaugurazione: 5 luglio, ore 17,30. Martina Villa presenterà la mostra il 7 luglio al Castel Baradello, mentre Vincenzo Guarracino presenterà la mostra allo Spazio Natta il 5 Luglio.

Saper scorgere i “Mirabilia” nel mondo moderno

a cura di Martina Villa

Saper scorgere e ritrovare i “Mirabilia” anche nel mondo moderno. Questo, credo, l’arduo ma importante compito dell’arte contemporanea.
Plinio il Vecchio, all’interno della Naturalis Historia, si sofferma a lungo sul concetto di
“Mirabilia”: oggetti spesso insoliti, di piccole dimensioni, capaci di contenere in sé bellezza, stupore e, al tempo stesso, mistero e disorientamento. Per l’autore latino, originario di Como, il mondo naturale è il luogo prediletto in cui i “Mirabilia” si celano. Esso costituisce uno dei primi specchi in cui l’essere umano può riflettersi, attraverso una costante ricerca di sé stesso e dell’altro, riscoprendosi nella sua unicità, nei suoi particolari e, anche, nelle sue stranezze.
Spesso spinti da una necessità interiore, gli artisti sanno che la meraviglia si nasconde nelle profondità dell’ignoto. Ognuno guarda con occhi diversi la realtà circostante e la interpreta secondo ciò che prova dentro di sé.
La volontà di soffermarsi e arrivare al fondo delle cose è un atteggiamento che oggi viene spesso trascurato. La velocità della vita moderna porta a vivere frettolosamente e superficialmente ciò che ci circonda. Tutto appare uguale agli occhi di chi guarda senza vedere davvero.
In questa mostra, invece, si avrà la riprova di come la meraviglia si celi nelle piccole cose che restano nascoste ai rapidi sguardi: un fiore, un’alga, un pesce, una nuvola, un gesto, un colore, una sfumatura.
Plinio sapeva tutto questo e l’arte può ricordarlo anche a noi.

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PER I PAESAGGI DI MIRABILIA

Rerum natura, hoc est vita, narratur

(«Descrivo la natura, cioè la vita»)

 PLINIO IL VECCHIO, Naturalis Historia, praef.13

C’è nel monumentale Journal intime del filosofo e poeta Henri Frédéric Amiel una frase, dedicata al valore del paesaggio, che sembra condensare la poetica che racchiude e tiene insieme il senso della panoplia di immagini che scorre come in un film sotto i nostri occhi: “Un paysage quelconque est un état de l’âme”, un qualsiasi paesaggio è uno stato d’animo.

Come dire che ciò che si vede, più che di una cifra oggettiva sua propria, ossia di sue specifiche caratteristiche e qualità, è dotato di maggiore o minore gradevolezza a seconda dello stato d’animo, del “clima psichico” per così dire, con cui chi lo osserva lo percepisce e, per quanto riguarda l’artista, lo rappresenta.

In altri termini, un paesaggio, ogni paesaggio, è inquadrabile all’interno delle coordinate di un momento specifico, che possono essere tormentate e complesse o serene e gratificanti, che sono immagini di uno stato d’animo:  

teatro ed ostensione, quasi liturgica, soltanto di se stessi e paesaggi di un’attitudine mentale e morale tutta particolare, da leggersi in chiave metaforica. Oltre ciò che mostrano, oltre ciò che sono, Stati d’animo, Finestre su un mondo sconosciuto e inconoscibile.

“Paesaggi” che vivono del loro stesso respiro, della natura delle nubi e delle brume, delle esalazioni della terra e del cielo, di albe e tramonti trasfigurati, in momenti particolari, zenitali dell’animo: ambiscono, come “finestre”,  di essere varchi da cui il groviglio del segno si protende alla furiosa ricerca della luce verso immagini impensate, verso epifanie di senso nell’occhio incantato dello spettatore, “paesaggi” che si aprono come reperti emozionali generati da un’improvvisa colatura di colore, dalla folgore di un segno che attraversa la campitura del quadro, squarciando il tutto dell’opera, per dipanarsi in contesti di essenziale tensione della forma.

Certo, resistono, come si diceva, il colore e il gesto: meglio, il colore, un colore-spazio-segno, che guida la mano imprimendo all’insieme velocità a tratti vorticose, tanto da sfidare le leggi stesse della stabilità e della coerenza del supporto (tela, carta, legno), per reclamare con la sua lievitante e debordante sostanza spazi contigui e successivi avvitandosi e allungandosi in strie, girandole e spirali. Forme cromatiche in espansione, anfratti e arcobaleni di un pensiero senza memoria che si svolge e avvolge prima di ritornare su stesso per impennarsi, meraviglioso e meravigliato, inseguendo un progetto e un sogno che si ripete all’infinito e che i titoli allusivamente si incaricano di lasciar intuire e rilanciare.

Come definirle altrimenti se non storie di segni, “capricci” di linee e sintagmi cromatici governa­ti, sotto il segno del comune denominatore della “Meraviglia”, da una furiosa ricerca della luce, dall’ansia della salvezza di un varco, imprigionati e costretti come sono nei muri spessi del labi­rinto di un’opprimente condizione esistenziale, lasciando solo a tratti affiorare lacerti e fantasmi di presenze, oggettuali o umane?

Storie e fonemi di pittura, dunque, che parlano soltanto di se stesse, perfettamente autoreferenziali e incuranti per lo più di qualsivoglia obbligo realistico e mimetico, come dimostra anche l’estrema parsimonia di indicazioni.

Microcosmi strutturali di un’assoluta necessità di espressione, vivono, nel tempo della loro scrittura, come gesti e alfabeti interferiti da continue distrazioni e insorgenze emozionali, che impongono al segno sulla minima scena del quadro continue contrazioni o dilatazioni, in un movimento di diastole-sistole del pensiero (viene in mente un aforisma di Paul Valéry, “Pensare è perdere il filo”), provocando e non di rado esasperando il colore, quasi a voler riprodurre attraverso la studiata casualità delle loro dinamiche compositive l’evento di una nascita e l’affermarsi ed evolversi della stessa esistenza.

Ecco, a ben vedere, è proprio questo l’elemento dominante e unificante di queste opere, pur nel necessario cambia­mento di situazioni e intenzioni, l’attenzione cioè al processo dell’apparire ed affermarsi dell'”immagine”, al lucreziano clina­men del suo nascere e accamparsi sulla superficie del supporto (tela, carta, legno), facendo sì che un’idea attraverso la tecnica diventi manifestazione sensibile di un’essenziale verità e cifra di una accettazione delle intrinseche leggi della materia.

VINCENZO GUARRACINO

W27444 Aqua Smalti all’acqua su masonite 70×100 cm. 4/2024

Figure archetipiche, forme formanti il reale…

La pittura è Composizione. L’artista dispone la materia secondo le proprie azioni ed invenzioni, dandole un ritmo, una texture che ne crea la struttura.

Vai anche al SITO doriambattaglia.it e alla pagina Facebook di DORIAM BATTAGLIA

Vai al SITO:

http://www.doriambattaglia.it

Vai alla Pagina facebook

https://www.facebook.com/doriam.batt

Doriam Battaglia – in arte semplicemente Batt – è tra i maggiori esponenti di quel particolare filone creativo sviluppatosi, all’inizio degli anni ’90, intorno all’Associazione culturale Giosuè Carducci di Como.
Questo gruppo di artisti e intellettuali, guidati dai maestri Giuliano Collina e Angelo Tenchio e dallo scultore Massimo Clerici, si distingueva per una ricerca iconica e oggettuale, che tendeva a scardinare i codici linguistici precostituiti dell’arte classica.

L’opera di Batt, unica nel suo genere, si pone al confine tra varie forme espressive, attraverso la sperimentazione di linguaggi diversi e l’abbandono dell’oggetto pittorico in sé.
Per indagare l’universo della visione e della percezione, prima della comparsa della forma, analizzando i legami tra materia, vita e coscienza, esplorando la consustanzialità dell’aspetto di ogni essenza.

RI / TRATTI. Cerchi concentrici, progetto di inclusione sociale per persone senza dimora, Mostra di opere grafo-pittoriche, al Palazzo Broletto, Como, 16, 17, 18 giugno 2022

“ONE – From red to blu, from blu to red” testo di R. Borghi

11 giugno – 3 luglio 2021

Personale presso The Art Company Como (Via Borgovico 163 – Como)

Testo critico di Roberto Borghi

LA SCIENZA DELL’UNO

Tutte le avanguardie artistiche d’inizio Novecento, finanche quelle più sacrileghe, possedevano un risvolto spirituale. Spirituale ma non confessionale: un primo aspetto peculiare di quella che potremmo chiamare la spiritualità delle avanguardie sta proprio in questa distinzione. Le avanguardie hanno coltivato il rapporto con una dimensione immateriale e trascendente – o talvolta ipermateriale e immanente, ma in ogni caso totalmente altra rispetto al reale – senza mai assestarsi in una confessione, in una religione canonica. In un certo senso, anzi, hanno guardato all’arte stessa come a qualcosa di simile a una religione, come a una modalità per relazionarsi al divino. Un ulteriore aspetto di questa spiritualità consiste nella propensione a indagare la trascendenza con gli strumenti e i metodi propri della scienza: molti esponenti delle avanguardie credono addirittura nella possibilità di coniare una scienza dello spirito – una formula di Rudolf Steiner di cui ha fatto largo utilizzo Kandinsky, tra gli altri. 

La spiritualità e la scienza sono i due poli attorno a cui ruota la ricerca pittorica di  Doriam Battaglia. Certo, la tradizione spirituale alla quale si richiama è più antica di quella rappresentata dalle avanguardie artistiche del Novecento: Plotino, la Scolastica delle origini, il neoplatonismo sono alcuni dei suoi punti di riferimento. Anche certi esponenti dell’astrattismo, tuttavia, e ancor prima gli artisti simbolisti hanno coltivato un rapporto speciale con il neoplatonismo, considerato un incubatore della corrente mistica delle avanguardie. 

Il rimando al neoplatonismo, nel caso di Doriam, riguarda soprattutto la questione dell’unità primigenia di tutto ciò che esiste. All’origine dell’universo, secondo il pensiero di Plotino e le sue successive rielaborazioni a opera dei filosofi rinascimentali, sta un’entità primordiale – l’Uno a cui è dedicata la mostra presso The Art Company –, un nucleo energetico in cui si congiungono e ricapitolano tutte le cose. L’Uno rappresenta la verità sostanziale dell’essere: di conseguenza, la dualità tra materia e spirito non è che una fallace apparenza. L’Uno si manifesta in modo esemplare nella luce, elemento di mediazione tra materia e spirito: la pittura, in quanto manifestazione a propria volta della luce, può essere uno strumento di relazione con l’Uno. Questa, a grandi linee, la poetica sottesa ai dipinti in mostra.

La pittura di Doriam, però, si struttura sulla base di una scienza esatta qual è la matematica. I formati dei suoi quadri rispettano sempre i medesimi valori proporzionali tra le dimensioni delle basi e quelle delle altezze. Inoltre, nel caso delle  tele in mostra, le proporzioni scandiscono anche i rapporti tra i colori rosso e blu, secondo un percorso graduale che inizia con un dipinto realizzato con 9/10 di rosso e 1/10 di blu, giunge all’apice con un lavoro in cui i due colori sono perfettamente bilanciati e si conclude con un altro creato con 1/10 di rosso e 9/10 di blu. La matematica: una scienza tanto effettivamente esatta, quanto potenzialmente trascendente; ne era convinto anche Le Corbusier, una sorta di sommo sacerdote della spiritualità delle avanguardie, per il quale essa non era altro che «la struttura regale studiata dall’uomo per avvicinarlo alla comprensione dell’universo. La matematica afferra l’assoluto e l’infinito, il comprensibile e l’eternamente ambiguo. Ha muri sui quali si può salire e scendere senza alcun risultato; ogni tanto c’è una porta, allora si apre, si entra e ci si trova in un altro regno, il regno degli dei, il luogo che racchiude la chiave dei grandi sistemi. Queste porte sono le porte del miracolo».         

Già, ma come giungono sulla tela le differenti quantità di rosso e di blu? Nel corso della realizzazione delle sue opere, Doriam scaglia letteralmente la materia cromatica sul supporto, poi modella i singoli getti preservandoli però nella loro natura informe e nella loro parvenza fibrosa, sino a giungere a dei filamenti che ricordano le stringhe della meccanica quantistica. Quantomeno nei suoi fondamenti tecnici, questo procedimento richiama quello tipico di molta action painting, e in particolare di Jackson Pollock: un artista profondamente influenzato dalle teorie junghiane, ma soprattutto pervaso dal desiderio di evocare attraverso il suo lavoro un’energia ancestrale. La medesima energia che attraversa i dipinti di Doriam.

Roberto Borghi      

“ONE – From red to blu, from blu to red”, di Doriam Battaglia

Spesso mi chiedono: “Ma cosa rappresentano i tuoi quadri?”
Nulla o forse rappresentano il Tutto, certamente niente di specifico, ma qualcosa di non rappresentabile che è oltre il percepibile.
Potrei dire che rappresentano la vita, non in senso biologico ma filosofico, Zoé e Bios. 
Ma cos’è la vita? Nessuno, sinora, ha saputo decifrarla, non si sa da dove venga né perché esista. 
Personalmente credo nella co-essenza di tutto ciò che esiste. Materia, energia, vita e coscienza, informazione sono un’unica entità, in-creata ed eterna, in perpetua relazione tra ogni sua parte. 
La nostra visione dualistica della realtà riduce ogni cosa negli opposti, ma ciò è il frutto della nostra limitata percezione. Tra i due opposti, che in realtà sono un’unica inscindibile entità, esistono infinite gradazioni. 
Tutto è un’unica energia, vibrante e modulata su infinite frequenze. Di queste lunghezze d’onda noi percepiamo solo una piccolissima porzione, lo spettro della luce visibile che si estende tra il rosso, il colore con la frequenza più bassa, e il violetto, che possiede la frequenza più alta tra quelle percepibili dai nostri occhi. 
Per questa personale ho voluto realizzare undici tele, sette di grande formato e quattro piccole, per adattarle allo spazio espositivo. 
La sequenza delle opere inizia da una tela creata impiegando unicamente il colore rosso, con variazioni di tonalità ottenute – come per tutte le altre opere – con l’aggiunta di bianco e di nero, e idealmente finisce con quella creata impiegando unicamente il blu. Al centro della sala è collocata l’opera che rappresenta il punto d’equilibrio tra i due estremi dello spettro visibile all'occhio umano. 
L’esposizione diviene così un percorso esplorabile in due direzioni: in senso orario, dal rosso al blu, o in senso antiorario, dal blu al rosso, attraverso l’intera gamma dei viola e dell’indaco. 
Questa duplicità, esperienziale e di punto di vista, vuole fornire allo spettatore uno spunto per riflettere su l’illusorietà della realtà.

Doriam Battaglia.

CARLA TOCCHETTI, Alla scoperta dell’ anti-dripping di DORIAM BATTAGLIA, dal sito arteinstudio.com, 16 febbraio 2021

da https://arteinstudio.com/2021/02/16/alla-scoperta-dell-anti-dripping-di-doriam-battaglia/

Carla Tocchetti ha introdotto agli ospiti di ARTEINSTUDIO, costituito da appassionati dell’arte, architetti, restauratori, artisti, formatori e docenti, una originale analisi differenziale tra l’opera di Pollock e quella di Battaglia.

Si è potuto definire così per contrappunti la personalità dell’Artista comasco rispetto a quello che fu definito il più grande Artista americano del XX secolo.

Tecnica e pensiero assolutamente contrapposti: Pollock nato nel 1913, figlio del Wyoming terra di canyon, geyser, e praterie, era stato a contatto con la cultura dei nativi americani, aveva attraversato il dramma della Seconda Guerra Mondiale, partecipando ai movimenti di protesta che erano nati subito dopo la sua fine. Affascinato dalle avanguardie dell’astrattismo europeo da Mirò a Picasso, Pollock aveva proseguito nel solco di una maggiore astrazione sfociata nel celebre “dripping”, la pittura sgocciolata per terra. Scomparso in un incidente ancora giovane, la sua carriera fu in un certo senso costruita a tavolino da Peggy Guggenheim e altri critici che coniarono per lui la definizione di “action painting”.

E si dovrebbe parlare di “anti-dripping”, casomai, volendo riferirsi al processo che mette in gioco Battaglia per le opere della ultima generazione, definitivamente staccate dal figurativismo iniziale.

Formazione da intellettuale poliedrico e umanista, Battaglia studia al Politecnico di Milano laureandosi negli anni caldi della contestazione politica di cui fu partecipe e co-fondatore del Manifesto.Una continua ricerca di espressione materica e tridimensionale esplorando incisione, argilla e raku, genera in Battaglia un pensiero etico e artistico, ispirato alle culture orientali, ma totalmente originale.

Non dobbiamo dimenticare, che le radici di questo artista contemporaneo italiano, affondano in secoli di consuetudine all’Arte occidentale e alla apertura ai linguaggi del mondo: per esempio in Battaglia troviamo rimandi alle proporzioni fibonacciane nella scelta della composizione dei colori e dei formati, alle velature inventate dai Maestri rinascimentali, alla Musica barocca, come il Canone seicentesco di Pachelbel che guida il ritmo della creazione artistica (su cui torneremo).

Oggi Battaglia è artista maturo che rivendica la distanza da Pollock preferendo una analogia con il raffinato pittore-filosofo Mark Rothko: non teme di ridefinire la sua identità attraverso un suo personalissimo gesto pittorico con il termine “flung”, riferito al lancio del colore e al suo controllo sulla tela. Oggi la pittura di Battaglia è figlia di un pensiero filosofico che viene di giorno in giorno puntualizzato attraverso concetti sempre più precisi, tra questi l’idea di una con-sustanziazione che scardina la sequenzialità e la causalità dell’origine della vita, riportando il discorso della creazione ad una essenza pre-formale.

Scorrono in fretta le due ore dell’incontro di ARTEINSTUDIO, costellate di domande all’Artista, che si concede in via eccezionale persino in una piccola dimostrazione del famoso “flung”. Ci saranno altri appuntamenti, visto l’interesse e al percorso e alla originalità dell’Artista Battaglia, che inaugura le presenze comasche nella mappatura “viscontea” di Arteinstudio: potranno portare a commissioni di nuove opere o anche all’acquisizione di nuovi allievi che vogliano condividere con il Maestro la via della ricerca astrattistica.

Carla Tocchetti