LA CULTURA DEL BOSCO

20150830_155857 20150830_161458 20150830_163705 20150830_163829

Testi liberamente tratti dal libro “L’uomo e la foresta” di Marco Paci – Editore Meltemi

LE FORESTE E LE GLACIAZIONI


Le prime foreste sono comparse sulla Terra circa 350 miloni di anni fa, e da allora hanno avuto a che fare con ogni tipo di avversita’: eruzioni vulcaniche, incendi, terremoti, inondazioni e glaciazioni. Circa 13.000 anni fa il Nord Europa era sepolto sotto una coltre di ghiacci, mentre l’Europa centrale era ricoperta di tundra e quella meridionale dalla steppa. Poi i ghiacciai hanno iniziato a ritirarsi e le foreste sono tornate a popolare le terre da cui la natura le aveva scacciate. Le foreste sono prima scomparse sotto gelidi lastroni di ghiaccio, e poi si sono ripresentate, man mano che le condizioni ambientali diventavano favorevoli alla loro diffusione, Quando alla fine della glaciazione würmiana (24.000 – 10.000 anni fa) e’ iniziata l’ultima espansione verde, l’Occidente era gia’ popolato di uomini.

Quando la storia delle foreste si e’ incrociata con quella degli uomini, molte cose sono cambiate per le immense distese di alberi, che a stento sono riuscite a difendersi dal fuoco, dall’agricoltura, dal pascolo e dall’edilizia. Da allora ad oggi, la societa’ umana ha impresso orme indelebili nelle foreste. Queste, a loro volta – senza fretta, inesorabilmente – hanno instillato nella nostra coscienza qualcosa che vale la pena di scoprire.

 

IL BOSCO NELLA NOTTE DEI TEMPI – MITI E LEGGENDE

Un’energia primordiale vibra ancora negli strati piu’ profondi della coscienza umana. Perche’ c’e’ stato un tempo in cui gli uomini erano legati a doppio filo alla natura, e guardavano le montagne, i mari e le foreste durante il giorno e gli astri nella notte, cercandovi le risposte alle domande piu’ antiche. Attorno a quegli esseri che si interrogavano, imponenti foreste dominavano la loro vita quotidiana. L’esistenza degli uomini primitivi era a dir poco precaria, piena di esigenze impellenti da soddisfare, in un ambiente ostile e misterioso. La lezione che la foresta ha impartito loro e’ stata chiarissima: sopravvivere puo’ tradursi nella necessita’ di uccidere, e la debolezza e’ una condanna. Nella foresta bisognava orientarsi, trovare sicurezze, un punto di riferiemento per lenire l’angoscia. L’inquietudine era destinata a sfociare in un’adorazione di carattere religioso.
Quando si studiano le religioni del passato, si incontrano spesso esempi di culto reso ad alberi che venivano considerati sacri, ed in particolare al piu’ venerato di essi, l’Albero cosmico. Questo rappresentava il pilastro centrale, l’asse intorno al quale si organizzava l’universo. Sotto la mitologia si puo’ scoprire una base molto arcaica, nella quale gli alberi erano gli agenti privilegiati della comunicazione fra i tre mondi – gli abissi, la terra e il cielo – ed inoltre costituivano le manifestazioni per eccellenza della presenza divina.

L’Albero cosmico e’ forse uno dei miti piu’ sorprendenti, piu’ fecondi e anche piu’ universali che l’umanita’ abbia concepito per spiegare la costituzione dell’universo e il posto che l’uomo vi deve occupare. Nell’Antico Egitto, all’epoca dei faraoni, dove gli alberi sono rarissimi , gli dei troneggiavano a levante sull’albero del Sicomoro sacro, esso costituiva la loro alimentazione. In Mesopotamia si ergeva il Kisanku, di origine celeste; era la dimora del dio della fertilita’, dell’agricoltura e delle arti, in particolare della scrittura. Dall’albero della vita mesopotamico discendera’, peraltro, quello che secondo la Genesi, cresce in mezzo al giardino dell’Eden per accogliere Adamo e dalle cui radici nascono i quattro fiumi che

irrigano il paradiso terrestre.
Con il succedersi delle stagioni l’albero cosmico passa  dalla caducita’ al risveglio, dal silenzio invernale al canto primaverile, dal sonno profondo alla fecondita’ della vita. Per questo l’albero ha rappresentato un mito, che e’ sopravvissuto ben oltre l’avvento del cristianesimo, tanto che anche ai nostri giorni in particolari situazioni si praticano riti in onore del risveglio della natura  o della fecondita’. Il trato marzo infatti e’ un antichissimo rito che si ricollega alle feste celebrate nell’antica Roma alle calende di marzo, mese che apriva l’anno romano, in onore della dea Giunone, risvegliando la primavera, la fecondita e la stagione degli amori.

Il bosco sacro e le battaglie navali: l’Antica Grecia e l’Antica Roma

La religione, fin dagli albori della civilta’, rappresento’ un efficace mezzo di controllo del patrimonio forestale, in grado di agire con successo dove la legge era impotente. Gli antichi greci sono il punto di partenza per comprendere come si possa controllare un patrimonio forestale con la religione e il mito a supporto della legge. Secondo il mito le divinita’ nacquero dagli alberi: le ninfe Driadi in particolare erano considerate vere e proprie anime arboree, che potevano vivere nei vegetali a loro consacrati. Le ninfe erano connaturate all’albero sacro al punto che, se questo fosse stato tagliato, ne sarebbero usciti lamenti e sangue. Inoltre ogni specie arborea era sacra a un dio, come la quercia a Zeus, l’alloro al solare Apollo, il faggio per Giove. E’ cosi che il bosco sacro divenne il primo tempio dei popoli greci, un tempio in cui tagliare alberi rappresentava un sacrilegio a meno di un permesso accordato dalle autorita’.  Non e’ un caso che quelli in pietra delle epoche successive riproposero le linee dell’albero sacro con le colonne come fusto e il capitello come chioma. L’idea del tempio e’ stata poi ripresa nelle basiliche cristiane.

La foresta fu anche la culla dell’impero romano da dove questa civilta’ seppe attingere risorse legnose per affrontare le esigenze della vita civile e militare. Quando si parla di sfruttamento del patrimonio forestale da parte degli antichi romani, ci si riferisce sostanzialmente alle attività belliche e in particolare alle opere grandiose della marina navale. Per questo nel I secolo d.C., non solo le foreste dell’Europa ma anche quelle dell’Asia Minore erano state ormai intensamente sfruttate per usi navali. E cosi, man mano che allargava l’area di infleunza della sua civilta’, Roma distruggeva, con le antiche foreste, anche le proprie origini. Li si trovavano infatti, non solo il legno, ma anche i miti, le leggende e la cultura dei vari popoli sottomessi come i celti, i traci e i mauritani e  tutti i popoli che cadevano sotto l’influenza dei discendenti di Romolo.

La chiesa medievale e la selva oscura.

Nell’alto Medioevo, la casta e la chiesa, costituivano l’orizzonte in cui muoversi al sicuro. Sentirsi individui significava essere inseriti in un contesto sociale e religioso assai rigido, espressione di un’economia chiusa. A quei tempi ci si spostava poco. Il viaggio, da una citta’ all’altra , avveniva spesso attraverso territori coperti da foreste, ed era irto di insidie. Perché nel Medioevo le foreste, popolate come erano di bestie feroci e di briganti, erano davvero inospitali, ed attraversarle rappresentava un rischio reale. La chiesa indentificava quindi il bosco come la selva oscura, roccaforte del culto pagano, patria di streghe e di ogni bestialità.  Dietro questo atteggiamento della chiesa si celava anche il difficile percorso di evangelizzazione delle zone rurali europee presso le quali resistevano culti pagani legati alla natura, da sempre diffusi nella cultura contadina. In realtà la chiesa medievale, che identifico’ la foresta con il paganesimo e la superstizione, non riuscì mai a disfarsi completamente della mitologia: più di una volta l’istituzione religiosa dovette abbandonare il suo consueto atteggiamento di ostilità, tentando di dare un senso critiano a miti e credenze pagane. E’ un fatto che le immagini religiose medievali non sono frequentemente associate a elementi silvestri. Un’espressione significativa in tal senso è l’immagine dei boschi nelle opere di Giotto, dove la selva pagana appare piccola e spoglia al confronto con la città, simbolo della civilizzazione e della chiesa romana. Vale dunque la pena di capire come mai San Francesco trovò proprio nella selva il luogo ideale in cui sentirsi vicino a Dio.

Francesco, l’ombra della chiesa.

Francesco non si curava granchè di girare per le foreste, prima di vestire il saio. Improvvisamente lo colse il disgusto per la vita che aveva fatto e che gli parve vuota e priva di valori.  Abbandonò tutto ciò che luccicava, indossò una tunica e partì ad annunciare il regno di Dio. La consapevolezza che la piena libertà sta nella povertà assoluta è la base della sua predicazione. La salvezza della religione, ai tempi di Francesco, non poteva che essere un ritorno alla vita apostolica: per farlo bisognava isolarsi nel digiuno e nella preghiera, e dedicare se stessi all’aiuto dei bisognosi. Proprio questo spinse Francesco nella foresta di Verna, in cui visse fra il 1214 e il 1224.  In quel luogo selvaggio, Francesco più di una volta dormì in una cella povera ai piedi di un faggio bellissimo o alla buona sotto la copertura di una grotta. Scappato dal mondo falso in cui aveva vissuto, nella foresta Francesco andò a cercare l’essenzialità della vita. E’ così che con la sua evangelica povertà di spirito, egli rappresentò “l’ombra della chiesa”: lui in qualche modo emarginato dall’istituzione, trovò nella foresta il luogo della redenzione e della riflessione cristiana più pura. Nelle faggete in cui andò a meditare, il cristianesimo poco a poco si è trasformato radicalmente, fino a metabolizzare le ombre che il poverello gettò sulla legge della chiesa. Gli aspetti più sinceri del cristianesimo si sono incarnati nella figura del santo, nella sua capacità di vedere nelle creature della foresta segni dell’amore divino. Avere l’umiltà di vivere al freddo della notte, in mezzo a briganti, alberi, lupi, uccelli è accettare l’essenza di foresta che Dio ha infuso nell’anima di ogno uomo. Non è un caso che, fra i pochi boschi che ancora conservano una forte impronta di naturalità, se ne contino diversi nei dintorni di conventi francescani.

Il bosco come luogo di meditazione e spiritualità

A partire dall XI secolo la società medievale subì importanti trasformazioni, che si ripercossero sul manto forestale. La crescita demografica e l’affermazione della città sul feudo modificarono l’atteggiamento nei confronti del bosco, che veniva considerato più come fornitore di carbone e legno e soprattutto come spazio per nuovi insediamenti e colture cerealicole. Comunità religiose, intanto, individuavano nei territori boscati i luoghi ideali per dedicarsi alla preghiera e al lavoro. La spiritualità del cristianesimo medievale si tradusse quindi nella spiritualità della foresta. I monaci camaldolesi e i monaci circestensi cercarono la solitudine dei boschi soprattutto per “addomesticarli”. Il rispetto della natura non significava soltanto osservarla in un meditato distacco, ma guidarla a beneficio della comunità. I benedettini coltivavano la foresta tenendo presenti le esigenze delle loro abbazie, senza disdegnare il commercio di legname. Questo permetteva ai monaci di vivere senza ricorrere all’elemosina. Occorreva però puntare sul legno di conifere, capace di fornire assortimenti di valore superiore. I boschi misti a prevalenza di querce e faggio furono perciò sostituiti con boschi di abeti. Diverso fu l’atteggiamento dei francescani. Essi fecero la silvicoltura in relazione ai bisogni di autoconsumo e di sostentamento dei poveri. E’ cosi che i seguaci di San Francesco gestirono il bosco in modo assai diverso rispetto ai benedettini: le utilizzazioni boschive furono assai contenute e comunque eseguite in modo da favorire la rinnovazione del bosco e ridurre cosi la densità eccessiva. E’ quello che oggi si potrebbe definire una gestione ecologica del bosco, di cui non si esclude l’uso, purchè moderato e rispettoso di un bene che appartiene a tutti. Il bosco, per i francescani era parte integrante del convento. La conseguenza è che i tratti boscati adiacenti ai conventi francescani sono tutt’oggi ricchi di specie arboree e arbustive.

Verso nuove foreste – Dante e la Divina Foresta                                                        

Nel mezzo di cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura che la dritta via era smarrita…(Inferno,  canto I)

Nell’immaginario occidentale la selva medievale è associata soprattutto a Dante con la selva oscura, scenario notturno in cui all’inizio della Divina Commedia il poeta si smarrisce per colpa del sonno, e la Divina Foresta, quella del Paradiso terrestre che Dante incontra sulla sommità del monte del Purgatorio dopo aver camminato allo sfinimento.  Il percorso è stato lungo e faticoso. Il monte del Purgatorio Dante lo aveva già visto dalla selva oscura: pareva a portata di mano, ma tre fiere sbarravano il passo. Per ritrovare la direzione giusta era necessario farsi accompagnare da Virgilio: lui sapeva che per scalare la montagna era necessario rispettare certe tappe: attraversare i gironi dell’Inferno, passare per il centro della Terra per poi riemergere nell’altro emisfero, alle pendici del monte del Purgatorio, che rappresentava la salvezza solo a condizione di immani fatiche. Nessuna metafora sarebbe stata più efficace per descrivere il percorso dell’anima di un cristiano che cerca di liberarsi del peccato. L’immagine della selva oscura medievale derivava in buona parte da una specie di terrore dell’ignoto: quella di Dante è proprio una paura indefinita, è uno smarrimento di fronte a qualcosa di spaventoso, di sconosciuto, come un groviglio di tentazioni che mal si accompagnano con le virtù, qualcosa che oggi potremmo chiamare tormenti dell’inconscio. Sappiamo però che seguendo la sua guida, Dante arriva sulla sommità del monte. Qui il terrore della selva oscura è lontano: nella foresta del Purgatorio si respira un’aria di eterna primavera e il tempo sembra immobilizzato in un’atmosfera di incanto. Dante è considerato quasi all’unanimità il simbolo di un passaggio epocale, l’espressione di tempi che stavano cambiando: il Rinascimento non era lontano, e una nuova concezione della natura si stava facendo strada.

Verso nuove foreste – l’introspezione del Petrarca

Per mezz’i boschi inospiti et selvaggi, onde vanno a gran rischio omini et arme, vo securo io….(Petrarca, Canzoniere)

Con l’Umanesimo alle porte, si andò sviluppando, riguardo alla natura, un’analisi della propria interiorità piuttosto che la paura delle fiere e dei banditi, costante dell’immaginario medievale. Per questo i paesaggi naturali della letteratura tardo-medievale sono spesso teatro di riflessione intima, meditazione, a volte di nostalgia. E l’intimità è un atteggiamento che rimanda a Francesco Petrarca: non è un caso che le sue foreste riflettano tale stato d’animo, come dimostrano alcuni sonetti del Canzoniere. Un tema ricorrente in Petrarca è la ricerca della solitudine, in cui maturano il pentimento e la purificazione dal peccato, e che a volte rappresenta l’unica soluzione capace di curare le lacerazioni procurate dal dissidio tra le passioni terrene ed il cielo. Un bosco, per quanto inospitale, non può spaventare il poeta innamorato. Perchè in fondo si tratta di un rifugio, di un luogo appartato dove potersi nascondere dalla vista della gente, in cui l’ombra non dispiace ma protegge. Eppure nonostante tutto, anche nel bosco si trova il modo di pensare all’amore terreno, e nelle sagome degli alberi, il poeta vede “donne et donzelle”. E i rumori della foresta rimandano alla voce della donna amata. La solitudine della foresta suscita inizialmente un senso di protezione, anche se poi è proprio l’ombra della selva a ricordarne un’altra da cui è impossibile staccarsi: quella di Laura. Per quanto solitaria, nemmeno una foresta riesce a isolare il poeta dalle sofferenze terrene. La visione della foresta nella letteratura occidentale sta cambiando. La selva divina di Dante e quella intima del Petrarca sono i primi decisivi passi dalla tenebra alla luce, dal senso di oppressione della natura al piacere di guardarla con altri occhi.

La foresta di un altro mondo: l’Umanesimo e il Rinascimento

La vita culturale e l’attività intellettuale, conobbero, tra il XV e il XVII secolo, cambiamenti profondi nella concezione dell’uomo e della sua vita, nella produzione e diffusione del sapere, nell’organizzazione della cultura. Si è soliti parlare, a questo proposito, di civiltà umanistico-rinascimentale. Il termine Umanesimo  indica un moviemento letterario, artistico e filosofico che ebbe al suo centro l’umanità: l’uomo al centro dell’universo, rifiutando l’idea medievale di una creatura passivamente sottomessa a Dio. Non sono più ammessi limiti all’agire dell’uomo e viene esaltata la libertà che egli ha di esprimersi attraverso la propria attività creatrice, di plasmare il mondo  intorno a sè costruendo la sua civiltà e la sua storia. Tutto ciò porta alla cosidetta scoperta dell’uomo, che caratterizza la cultura del Quattrocento. Gli intellettuali si dedicarono a riscoprire l’antichità che, se anche nel corso del Medioevo non aveva mai cessato di essere studiata, era stata però considerata soprattutto in funzione della storia cristiana del mondo. L’interesse degli antichi non significò un rifugio nel passato e rifiuto del presente, ma,  al contario, stimolo di piena valutazione dell’uomo, delle sue capacità di agire nella realtà del suo tempo. Rinascimento è quindi, il ritorno alla vita del mondo classico. L’Umanesimo e il Rinascimento nacquero per primi in Italia, perchè qui, più che altrove, si ebbero le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti capitalistici. Mercanti e artigiani, uomini determinati a guadagnare denaro, furono i protagonisti dell’era che ebbe per capitale Firenze. Nella selva oscura si fece sempre più luce. La natura divenne oggetto di curiosità, ma anche di dominio e di piacere, modi diversi di sancire la differenziazione da una grande madre che nell’alto Medioevo si presentava ostile e minacciosa. La smania di svelare il grande segreto della natura indusse più di un intellettuale rinascimentale ad avvicinarsi al mondo esoterico. A Firenze, nell’Accademia di Carreggi, Pico della Mirandola, Lorenzo il Magnifico e Marsillo Ficino erano usi dissertare di ermetismo (una materia che aveva a che fare con la magia e l’occulto). Leonardo, fu affascinato dall’alchimia, e perfino uomini religiosi come Giordano Bruno cercarono di inserire la magia in un percorso personale verso il divino. Questo nuovo spirito di vita trovò nell’alchimia lo sfogo alla ricerca dei segreti del mondo. Proprio una sorta di alchimia è quella che l’Ariosto compì nella stesura dell’Orlando Furioso. Le situazioni che vi sono ambientate e le sensazioni che vi si provano sono molteplici e opposte: il bosco è a volte ameno, a volte ostile, altre volte incantato, ma sempre protagonista. Le foreste dell’Ariosto sono veri e propri labirinti di sentieri, scenari ideali di una trama intricata. Sono teatro anche di passioni sfrenate, che allontanano i cavalieri dalla conquista del Santo Sepolcro. La selva è il labirinto, il disordine, l’incertezza, in contrasto con l’ordine e l’integrità dei valori cristiani. Nella natura selvatica si avverte un richiamo alla trasgressione, un invito ad assecondare le passioni, un genere di libertà che non appartiene ai cristiani. Mentre l’Ariosto scriveva il suo poema le guerre insanguinavano l’Italia, e non è azzardato vedere nella distruzione della foresta la metafora dell’irrazionalità che prende il sopravvento sull’armonia del vivere civile. Il Cinquecento, inoltre, fu un secolo di forte incertezza, tormentato da invasioni, guerre e scismi. Non restava che abbandonarsi agli incantesimi, soprattutto quelli della natuta, e all’illusione di catturare il tempo. Dopo il grande sogno di libertà che aveva alimentato il pensiero umanistico, alla fine del secolo l’intellettuale rinascimentale scoprì che la pietra filosofale, non era alla sua portata. E allora si rifugiò nella maliconia, nella nostalgia di un mondo remoto, nel culto della bellezza, nei sogni. A volte, nelle foreste stregate dove si muovevano senza meta esseri folli e disperati.

La foresta come rifugio: il Seicento

Il Seicento fu il secolo delle guerre di religione, delle pestilenze e delle carestie, di immani tragedie che disorientarono le coscienze fino a renderle schiave di paure, superstizioni e stregonerie. Fu anche il secolo dell’espansione capitalistica, che raggiunse un punto tale da influenzare gli orientamenti di pensiero, spingendoli verso una razionalità ed un pragmatismo utili per gestire al meglio la crescente produzione di ricchezze. Da queste esigenze nacque la scienza moderna, che spiegava le cose con i numeri e le prove sperimentali. A partire dalla rivoluzione scientifica del Seicento si originò un nuovo concetto di natura. Da Bacone a da Cartesio in poi, la conoscenza della natura subisce una evoluzione radicale. Secondo Bacone la scienza deve essere posta al servizio dell’uomo, e l’uomo deve essere ministro ed interprete della natura. A lui va il merito di aver concepito la scienza come l’unico elemento in grado di realizzare il dominio dell’uomo e per questa sua forma di pensiero può essere definito come il profeta della tecnica. Con la sua attenzione all’importanza della scienza e della tecnica per il potere dell’uomo sulla natura, la riflessione di Francesco Bacone si inserisce a pieno titolo in quella profonda trasformazione del pensiero europeo: la “rivoluzione scientifica“. Il metodo che invece  Cartesio cercò e che ritenne di aver trovato è una guida per l’orientamento dell’uomo nel mondo. Esso deve condurre ad una filosofia non puramente speculativa, ma anche pratica, per la quale l’uomo possa rendersi padrone e possessore della natura. La rivoluzione scientifica fu feconda di conseguenze, e autorizzò a dubitare di ogni cosa, soprattutto delle verità non dimostrate ma forti solo del consenso dell’autorità ecclesiastica. Di fronte ad una realtà fin troppo analizzata e alle nascenti certezze della scienza, l’arte barocca si rivolse al sentimento e all’imaginazione, più che alla ragione. Le foreste non restarono immuni dagli effetti di questo nuovo atteggiamento: per certi artisti, le foreste divennero sede  di bellezza esteriore, per altri invece, rappresentarono il rifugio dall’artificiosità dell’epoca.

Le carezze dei rami e la solitudine del cavaliere

Come la Spagna decandente dell’inizio del secolo, Don Chisciotte ha un bisogno ossessivo di prendere le distanze dalla realtà. Le sue fantasticherie spesso nascono nelle foreste, in cui il cavaliere incontra di tutto: la morte, i banditi, le fanciulle disperate, i cadaveri degli impiccati e i viandanti tristi, come il “cavaliere del Bosco”. La foresta della Sierra Morena è il luogo ideale della cavalleria, delle stramberie di vagabondi ed emarginati; ma anche sede di riposo e di riflessione, dove maturano le fantasie, si nutre la nostalgia e si sfogano le pene d’amore. Spicca qui una forte analogia tra Don Chisciotte e il Petrarca: si immergono nella foresta rifugio, luogo di intimità in sui si può provare a lenire il dolore. E’ vero che la pena del Petrarca nasce dal senso di colpa verso Dio, mentre quella del personaggio del Cervantes trae origine dalla disperata consapevolezza che la felicità è estranea a chi, come lui, crede in ideali troppo alti. Entrambi, però, si appartano nel bosco a lenire i propri dolori, vagheggiando una donna più ideale che reale.  Cosa ne sa la gente di quanto possa far male innamorarsi di una donna e allo stesso tempo rivolgere il proprio spirito ad un Dio che non ammette distrazioni terrene? E che dire delle lacerazioni  che la solitudine può provocare nell’intimo di un adulto che non vuole crescere? La gente non può capirlo, ma gli alberi solitari della foresta e le figure fantastiche che la popolano  forse si; e cosi faggi e abeti sembrano fanciulle , mentre e’ bello immaginare i rami, che si muovono sospinti dal vento, accarezzare le ferite d’amore. C’è tanta tenerezza nell’ingenuo cavaliere, nella sua follia visionaria, vede nella foresta il riflesso di ciò che gli offre lo specchio deformante delle illusioni: la nostalgia di un tempo  remoto in cui l’anima dell’uomo rispecchiava la verginità della natura.

La foresta incantata del tempo sospeso

L’epoca di Shakespeare fu caratterizzata dal grande sviluppo mercantile e coloniale dell’Inghilterra, che ai primi anni del nuovo secolo era diventata una nazione industriale. La nascita della scienza moderna era alle porte, e con essa una nuova filosofia che avrebbe fatto da supporto alle trasformazioni economiche in atto. Nella società inglese dell’epoca, i valori tradizionali crollavano come un castello di sabbia, le spiegazioni fornite dalla religione non bastavno più e questo provocava un forte turbamento di coscienze. Si faceva strada l’esigenza di scavare nei recessi più inesplorati dell’uomo e di provare a ricollocarlo nella natura in modo diverso. Shakespeare seppe cogliere con talento impareggiabile vizi, virtù e drammi umani, collocandoli nella terra di nessuno dove fantasia e realtà si confondono.  Mentre il Seicento faceva il suo ingresso trionfale, il Rinascimento – il culto dell’uomo ereditato dal mondo ellenico, la tensione verso l’esplorazione della psiche, il senso magico della natura – produceva con Shakespeare un sublime canto del cigno. Le foreste rappresentarono lo scenario di una parte importante di quel canto. Il tema della natura incantata è un classico della commedia shakespeariana, basti pensare a Sogno di una notte di mezza estate o a La Tempesta.  Nelle commedie la foresta è la sede deputata degli equivoci, agli scambi di persona, all’assenza di regole civili. Soprattutto è un luogo ricreativo in cui è bandita la falsità e viene incoraggiato l’avvicinamento alle leggi naturali della convivenza. Fantasia e realtà, che coesitono in molte commedie di Shakespeare, si confondano anche nella foresta incantata di Arden. In Come vi piace la protagonista è una foresta in cui paiono essersi accumulati smisurati depositi di energia e forze rigeneratrici. La città inglese barocca è passionale, caotica, crudele, vi dominano invidia, ipocrisia e inganno. Il verde di Arden, mondo fatato in cui vivono spiriti benigni, predispone invece alla realtà. La foresta non sa adulare perchè non vi trovano posto nè la falsità, nè la vuota apparenza, cardini della società in cui Shakespeare visse.  A volte nella foresta può esserci gentilezza, più spesso violenza spietata, ma mai ipocrisia. Lo scrittore inglese propone quindi un’immagine di foresta archetipo. Fra gli alberi di Arden  alita la necessità: sotto la loro copertura , dove il tempo scorre pigro, ci si sente parte di un’armonia universale. L’opportunismo e l’inganno dimorano nelle città non nelle foreste. La pesantezza dell’epoca elisabettiana e la forza d’urto con cui un nuovo razionalismo si apprestava ad imporsi dovevano in qualche modo agitarsi nella coscienza di Shakespeare. Nella sua epoca veniva cullato un sogno arrivato intatto fino ai nostri giorni. Non importa che il teatro di quel sogno siano le querce di Arden o i tigli di un’isola felice: l’importante è immaginare che esista da qualche parte una foresta in cui ci si possa concedere un po’ di tregua. E anche un boschetto puo’ andare bene, purchè la vita vi scorra via leggera e il tempo se ne vada senza lasciare tracce nè ricordi.

I lumi della Ragione e la foresta: l’Illuminismo

Quando, sulla spinta di una scienza basata sul metodo sperimentale, irruppe la rivoluzione industriale, i tempi erano maturi perchè la borghesia abbattesse i regimi conservatori. Nuovi valori sostituirono quelli tradizionali. La tolleranza, l’uguaglianza, la libertà e la difesa dei diritti umani furono le armi con cui l’epoca dei lumi intese combattere la superstizione e la cieca obbedienza all’Autorità. L’approccio razionale al bosco trovò espressione prima nella legislazione e poi, in pieno Illuminismo, nelle scienze forestali. La legislazione ha partorito, fin dall’antichità, provvedimenti a favore della tutela dei boschi. A cavallo fra feudalesimo e Rinascimento la legislazione passò a regolamentare le modalità di esecuzione dei tagli, dando inizio cosi alla pianificazione delle attività selvicolturali e della loro razionale applicazione nel tempo e nello spazio. L’affermarsi della matematica e della geometria, nonchè lo spirito razionalista che contraddistinse il secolo illuminista, fecero sentire la loro influenza anche sulla foresta, la cui gestione venne affrontata col metodo scientifico: ciò comportò la sostituzione della selvicoltura estensiva, basata sul prelievo di legno senza un definitivo criterio, con una serie di ordinamenti colturali regolati. Alla fine del secolo nacquero così le scienze forestali che dovevano fare chiarezza dei misteri celati nella foresta e far cadere tutto sotto il controllo umano. La foresta suggestiva perse il suo fascino. Essa rappresentava ormai il passato, le macerie di un caos che doveva essere a tutti i costi razionalizzato, perchè l’Illuminismo guardava al futuro, e al futuro si chiedeva chiarezza. Le foreste naturali vennero sostituite da piantagioni mono-coltura, la cui utilizzazione fu rigorosamente programmata. In Germania, i boschi misti a prevalenza di querce e faggi vennero trasformati in boschi di conifere. La disformità venne eliminata in quanto fonte di complicazione e problemi. Quel che in Europa rimaneva delle foreste vergini fu sostituito dal bosco programmato sui tempi e le esigenze dell’uomo. Le scuole forestali nacquero nella seconda metà del Settencento in Germania e Francia, i paesi dell’Europa occidentale dove era maggiore l’importanza della produzione legnosa. Di fronte a queste idee razionalistiche e per molti versi perverse di questa cultura illuministica, un uomo di grande personalità espresse il proprio pensiero sulla natura, mettendosi in contrasto con quanto sostenevano gli illuministi parigini e attaccando i fondamenti del pensiero scientifico dell’epoca illuminista. L”uomo in questione era Jean Jacques Rousseau, filosofo e scrittoro svizzero (1712-1778). Per Rousseau il progresso delle scienze e delle arti aveva svolto un ruolo alienante sull’umanità. Quando la natura era la casa dell’uomo, questo poteva elevarsi fino alla divinità; il progresso invece, aveva finito per costringerlo a vivere nella menzogna e nella corruzione. Quindi egli proponeva una visione della natura e quindi della foresta, come regno del razionale, in cui l’uomo vive a contatto con se stesso, in contrapposizione al degrado della società.

La  foresta notturna: il Romanticismo

Nel secolo successivo, vale a dire nel Romanticismo dell’Ottocento, la natura assunse nuovamente una funzione anti-illuminista. Nelle favole dei fratelli Grimm, nei Lieder popolari tedeschi (raccolta di canzoni folcloristche in lingua tedesca), nelle musiche di Schumann, nelle pitture di Caspar Friedrich, la natura prende il sopravvento sulla società e sull’uomo diventando il luogo dell’infinito, della ricerca, della contemplazione. Nei dipinti di Caspar Friedrich, il senso cosmico della Natura convive con la descrizione minuta dei particolari: rami, cespugli e radici sono dipinti con rigore quasi botanico. Le foreste del pittore romantico rappresentano forse una delle massime espressioni del senso di impotenza dell’uomo a colmare l’abisso che lo separa dagli arcani della natura. Friedrich proiettò nei suoi paesaggi il senso di umiltà nei confronti del divino, vagamente raffigurato con tronchi contorti, radici affioranti, foreste all’orizzonte, notti rischiarate dalla luce discreta della luna e piccoli uomini isolati nel loro pudore. Pochi hanno saputo comunicare in modo cosi efficace attraverso un’immagine che la saggezza dell’uomo sta nel saper accettare umilmente il proprio posto nell’immensità del creato. Un incendio in un palazzo di Monaco in cui erano esposti dei suoi quadri e i bombardamenti dell’ultima guerra ci hanno sottratto un bel po’ della sua produzione. Quando nel febbraio 1945 un rappresaglia bellica colpì Dresda, moltitudini di bombe al fosforo mandarono in fumo, oltre a centomila esseri umani, buona parte della solitudine, dell’intelligenza e della forza che sprigionavano dalle foreste dell’infinito.

Le ombre e le tenebre della seconda rivoluzione industriale: la foresta dell’epoca vittoriana

L’epoca in cui regnò la regina Vittoria fu a dir poco contraddittoria. L’Inghilterra divenne la nazione più ricca e potente del mondo, ma anche il paese degli abissi sociali: alle riforme e alla prosperità si accompagnava una spaventosa miseria, tanto che nei quartieri operai la gente viveva in condizioni ai limiti della decenza e i bambini erano costretti a lavorare anche diciotto ore al giorno. La seconda rivoluzione industriale trasformò l’Inghilterra. L’industria carbonifera, in particolare, ne alterò il paesaggio e lo spirito. Parallellamente a quella economica, infatti, ebbe luogo una rivoluzione culturale, spietata nella logica della produzione e nella ricerca del profitto che divorò tutto, anche le foreste. La nuova era si accingeva ad annientare quindi tutte le cose vulnerabili e vitali, in cui l’uomo proietta corpo e spirito. Non solo le foreste, ma anche la purezza dell’amore sarebbero state sopraffatte dalle macchine: da qui la nostalgia per una natura immacolata che stava per essere scacciata dal nuovo che avanzava senza pietà. L’epoca vittoriana si riassume bene in queste angosce, perchè la falsità e la repressione che la contraddistinsero corrispondono alla mortificazione di ciò che nell’uomo parla in modo più autentico, qualcosa che non può convivere con la legge della domanda e dell’offerta, con il pulsare angoscioso dei macchinari e con chi li aziona per produrre denaro e ordine sociale. L’uomo che va contro la natura è solo una faccia della medaglia del potere: dall’altra c’è l’uomo che va contro la donna. Calpestare le risorse all’origine della vita non è altro che un modo per offendere il femminino, un complesso di principi radicati nell’esperienza femminile presenti in ognuno di noi. La fecondità della natura e quella della donna sono strettamente associate nella nostra coscienza, e mortificarle sotto il controllo del potere equivale alla soppressione dell’anima. Alla luce di questa analisi, la sessuofobia vittoriana trova spiegazione nel rifiuto dell’armonia e della bellezza a favore dell’industrializzazione. Un medesimo destino accomunò la donna e la natura, ed entrambe pagarono un prezzo salato all’era industriale. La manipolazione della natura e la distruzione delle foreste sono andate di pari passo con la dominazione e l’umiliazione della donna. Il ripetersi ciclico di questo atteggiamento nei confronti del femminile , quasi una vendetta contro colei che dal culto di Iside al Tantra è ritenuta lo spirito vitale dell’Universo, è storicamente documentato, e spesso collegato a rivoluzioni finalizzate ad ottimizzare il profitto economico. Se oggi, nell’era della tecnologia arrogante, dello strapotere scientifico, dei consumi, del mercato e dei mass-media, le associazioni ambientaliste hanno tanto seguito, la spiegazione non può essere ricercata solo nella necessità di difendere una natura sempre più minacciata dallo sviluppo industriale; cresce ogni giorno il sospetto che all’origine ci sia qualcosa che assomiglia ad una donna che bussa alle porte dell’anima implorando pietà.

Dall’ombra alle tenebre: l’era coloniale

Sulla scia della nuova concezione della natura, già a partire dalla fine del XVII secolo l’esplorazione naturalistica subì un grande impulso. Scorrendo i diari di viaggio di alcuni esploratori, inviati dai propri sovrani negli angoli più remoti e selvaggi dei loro regni, si nota che, per quanto illuminati fossero quei sovrani, tra i loro obiettivi c’era comunque la ricerca di nuove risorse economiche. L’esploratore  non vede il paesaggio con occhio naturalistico, ma sembra sensibile solo all’elemento economico. Egli è disturbato, quasi spaventato dalla solitudine delle selve, in cui non si vede traccia di presenza umana ma solo cielo, monti e alberi a perdita d’occhio. E per di più gli alberi sono in grado di fornire nient’altro che lo scarso profitto di qualche ghianda. C’è quindi una situazione di disagio a contatto con una espressione della natura immacolata. L’esploratore naturalista della fine del XVIII secolo tende a vedere il bosco come risorsa, e lo identifica con le privazioni, il freddo, la morte, ma anche con la capacità di produrre legno. Per quanto possa subire pulsioni inconsce a contatto con la foresta, prova soprattutto fastidio per uno spreco di doni spontanei della natura. Si tratta di un approccio che nelle opere d’arte del periodo fa fatica a comparire, in quanto poco poetico e condizionato da esigenze economiche; quell’approccio è stato tuttavia determinante sul piano storico, tanto che si può considerare il principale vettore delle vicende dei boschi.

La devastazione

Nel XIX secolo fu soprattutto l’Inghilterra a incoraggiare l’esplorazione di terre sconosciute. L’Inghilterra vittoriana non avrebbe potuto diventare la nazione più potente del mondo se non avesse trovato territori in cui investire i capitali accumulati entro i propri confini e in cui dare sfogo all’incremento demografico. Bisognava a tutti i costi sfruttare risorse e capacità produttive di terre e popoli lontani. Le giustificazioni morali non mancarono, soprattutto quella della superiorità dell’uomo bianco. Così, col pretesto di diffondere la civiltà nel mondo, venne l’era dell’imperialismo coloniale. Bisognava però conoscere le terre lontane, prima di sfruttarle. Lo scozzese David Livingstone fu un grande protagonista di questo processo di esplorazione. Se però l’approccio di Livingstone fu filantropico e religioso, per gli imperialisti che lo seguirono la colonizzazione ebbe soprattutto il significato di sfruttamento di ricchezze e di aperture di nuovi mercati. Si avvicinavano le tenebre del colonialismo. Col pretesto della barbarie degli indigeni, venne dato sfogo a quella degli europei colonizzatori, la cui brutalità e cupidigia non aveva limiti. Delirio di onnipotenza e avidità, vuoto spirituale, orrore nichilismo: Kurtz, il protagonista di Cuore di tenebra di Conrad, incarna meglio di altri la follia della civiltà industriale. Se sotto il tetto delle foreste centro-africane dominava l’oscurità,  ben più spaventose tenebre avvolgevano l’uomo bianco, che distruggeva  natura e cultura indigene senza una giustificazione plausibile. Soprattutto, le foreste di Cuore di tenebra evocano un senso di solitudine, la stessa di chi va a conquistare un mondo e finisce per esserne conquistato.

Il bosco midollo della vita: le radici americane

Negli Stati Uniti, grazie ad autori come Henry David Thoreau, nel corso dell’Ottocento si sviluppa un genere letterario fortemente legato alla descrizione dei boschi, dei grandi laghi e della natura in genere intesa come luogo di rigenerazione, di contemplazione, ma anche di riflessione ed elaborazione intellettuale. Walden, ovvero vita nei boschi  è la testimonianza che Thoreau ci ha lasciato della sua esperienza nel bosco. Quel che sottolinea Thoreau è che solo quando l’uomo ha perduto il mondo, inizia a ritrovarsi, a capire l’infinita ampiezza delle sue relazioni. Andare per boschi in solitudine significa guardare la realtà spogliata del frastuono della vita urbanizzata, dell’adesione a modelli prefabbricati e di tutto ciò con cui avidamente si riempie il contenitore della vita. E’ una storia già sentita, vecchia come il mondo: dai riti degli aborigeni australiani alla Divina Commedia Walden, nel bosco ci si perde per ritrovarsi e si muore per rinascere. Il soggiorno dello scrittore americano assunse il significato di un viaggio educativo, perchè vivere fra gli alberi e fiere, benchè istruttivo per chi voglia confrontarsi con se stesso, non può rappresentare un modello di vita per l’uomo comune. Thoreau era cosciente del fatto che si trattava di un esperienza transitoria, un modo di ridurre l’esistenza a termini più semplici (“per comprare ciò che serve all’anima non occorre denaro”), di vivere il sublime ed il meschino e perfino la morte come parte della vita.  Per Thoreau nei boschi si succhia quello che egli definì il midollo della vita:”Andai nei boschi perchè volevo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita…volevo vivere profondamente e succhiare tutto il midollo di essa).

La foresta di Darwin e quella dell’oblio: dal positivismo alla prima guerra mondiale

Quando nel novembre del 1859 fu pubblicata  L’origine della specie, la cultura tradizionale subì un duro colpo. In conseguenza delle nuove teorie, la foresta rischiò di perdere il suo mistero e di essere ricondotta ad una manifestazione della natura spiegabile solo in termini matematici. Alla fine del secolo, però, si aprì una crisi che fece vacillare valori e sicurezze. Nacquero, in contrapposizione al positivismo, le filosofie irrazionalistiche. Le foreste riuscirono in questo modo a resistere alla razionalità scientifica dell’uomo scaricandogli addosso l’energia primigenia, l’arma di maggior efficacia che le foreste possedevano.

Friedrich Nietzsche e Jack London avevano in comune una forte attrazione nei confronti delle teorie darwiniste, ma anche un approccio irrazionale verso la realtà, cosa che li rese simboli della complessità del passaggio epocale. L’uno e l’altro mandarono a rinvigorire l’uomo incerto di fine secolo nelle foreste, dove una carica di energia era pronta ad esplodere.

Nelle opere di Nietzsche è costante la contrapposizione tra l’energia vitale che si cela nell’uomo (superuomo) e la civiltà che ne impedisce la libera espressione. In Così parlò Zarathustra la contrapposizione è riportata, in forma metaforica, in due immagini polari: la foresta e la città. La foresta è il caos ancestrale radiante di energia, dove il bene ed il male non sono ancora stati separati; la città, invece, è il luogo in cui un uomo fiaccato dal vivere civile ha innalzato templi luccicanti di falso oro. L’opposizione della foresta alla città esprime la necessità di recuperare, sulla spinta di uno slancio irrazionale, il senso della purezza della natura a spese della cultura. I temi sviluppati,  proposti dal filosofo tedesco si ricollegano alla morte di Dio, al superuomo e all’eterno ritorno. Zarathustra infatti, alla fine di una lunga missione costellata da illusioni e fallimenti, è costretto ad arrendersi al fatto che gli uomini non sono cambiati: sono sempre li, coi peggiori difetti e le vecchie debolezze. Il profeta torna cosi alla montagna e alla foresta in cui non si vedono esseri umani e dove le stelle, osservate da lì, brillano di una luce mai vista, che solo la profondità della notte, come uno specchio capace di riflettere le immagini sepolte nei meandri dell’anima, sa offrire.

Il crepuscolo di Wagner

Con il Sigfrido Wagner, al pari del superuomo di Nietzsche, riporta alla luce la volontà di potenza dell’anima germanica. Egli definiva il Sigfrido un’opera della foresta: tutto ciò che di esaltante avviene in quest’opera ha come alimento la selva e nasce, più che dall’ambientazione fisica, dal senso di potenza evocata. Nella foresta in cui si svolge la vicenda di Sigfrido rivive un popolo feroce come la natura che lo circondava, rappresentata da tempeste notturne, paesaggi solitari, caverne e ghiacci. Su tutto domina una luce crepuscolare. La foresta, inospitale al punto che nemmeno i cacciatori vi si addentrano, parla di violenza e morte, ma è anche feconda di misteri, popolata da forze oscure e da figure magiche come streghe, nani, elfi e draghi. In quest caos stava racchiusa un’identità remota. Wagner identificò nell’uomo che viveva in quelle selve il modello cui avrebbero dovuto guardare i tedeschi dei suoi tempi. L’idea dell’esistenza di una Grande Anima e la necessità di confluire in una volontà superiore in cui annullare il proprio Io finirono per conquistare Wagner: la coscienza della nullità del mondo prese cosi il sopravvento sulla volontà di potenza che per culla aveva avuto una natura selvaggia.

Il bosco e la fuga: le miserie del Novecento

 Vagabondare, guardare oltre l’ideologia e trovare elementi di rilievo nella natura: da li ripartiva la via che ricongiungeva al mondo dopo le tragiche esperienze delle dittature e della guerra mondiale. Bisognava avere un bimbo come guida, per ritrovare la via nel deserto. Le pagine de Il barone rampante sono riportate con gli occhi del fratello minore, Biagio. Dopo il litigio, la vita del protagonista si svolgerà sempre sugli alberi, prima del giardino di famiglia e, in seguito, nei boschi del circondario, inframezzati da parentesi in terre lontane seppur collegate per «via vegetale» alla tenuta del barone (in Francia). Durante questi viaggi Cosimo conoscerà degli esiliati spagnoli e si innamorerà di Ursula che però, terminato l’esilio, ritornerà in Spagna mettendo fine alla loro storia. Se all’inizio Cosimo diviene famoso come fenomeno da baraccone e la sua famiglia quasi se ne vergogna, in seguito interagisce anche con personaggi come Diderot, Rousseau, Napoleone e lo Zar di Russia, stratagemma che Calvino usa probabilmente per conferire dignità e importanza a un personaggio in parte autobiografico. Cosimo scrive anche un Progetto di Costituzione di uno Stato ideale fondato sugli alberi, opera che contribuisce alla fama e al rispetto di cui sopra. E’ un racconto incredibile in cui il rifiuto delle regole preconcette, il scostarsi da ciò che è considerato la normalità emergono con ironia e semplicità. Fuga, accettazione della diversità e disobbedienza che diventano significative proprio perché diventano una disciplina morale più difficile e rigorosa di quella a cui ci si ribella. Il Barone rampante si chiude con una riflessione del fratello di Cosimo, il narratore della vicenda: il bosco non c’è più, gli uomini sono stati presi dalla furia della scure e la vegetazione è cambiata, tanto che le specie esotiche hanno preso il posto di quelle native. Eucalipti, ficus e palme occupano il posto che un tempo fu di querce e faggi. Al di là di un’interpretazione restrittiva degli attacchi indiscriminati dell’uomo alla natura e dell’introduzione di specie ornamentali provenienti da altri paesi, gli alberi esotici che hanno sostituito l’antica foresta sembrano rappresentare l’artificiosità dei tempi che si delineavano all’orizzonte: alla fine degli anni Cinquanta il consumismo iniziava a proporre modelli di vita sostanzialmente estranei all’uomo. Quando l’esteriorità prende il sopravvento sull’essenza, assieme a Cosimo si ritrae anche il bosco. I boschi ci sono per chi li sa capire e desidera andare oltre la normalità, altrimenti è come se non esistessero, e il mosaico di rami e foglie contro il cielo è un ricamo fatto sul nulla. Una stele ricorda il barone. La speranza è che a leggerla sia gente con voglia di arrampicarsi, se non proprio sugli alberi, almeno oltre le consuetudini della vita quotidiana. 

One response to “LA CULTURA DEL BOSCO”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: