PERCEZIONI – Card. Ferrari Como 10|05 – 22|06 inaugurazione 18|05 alle 17,00

INVITO

Mostra collettiva “PERCEZIONI”
a cura del Circolo Cultura e Arte di Como
Centro promotore di cultura Card. Ferrari
Viale Cesare Battisti, 8 – 22100 Como (CO)
Tel. 031 3312301 – email cardinalferrai@diocesicomo.it

Presentazione a cura di Don Maurizio Marcello Salvioni

La mostra rimarrà aperta dal 10 maggio al 22 giugno 2018
dal lunedì al sabato con orario 9-12 14-18

 

Ringrazio l’amico e critico d’arte Roberto Borghi per avermi fatto conoscere e inviato l’articolo di Sol LeWitt “PARAGRAFI SULL’ARTE CONCETTUALE”, apparso sulla rivista “Artforum” nel giugno del 1967, che qui sotto riporto parzialmente, in quanto ritengo possa meglio di ogni altro scritto aiutare l’osservatore a vedere ciò che non è d’immediata comprensione nella mia opera.

Doriam Battaglia

“Farò riferimento al genere di arte in cui sono coinvolto come arte concettuale. Nell’arte concettuale l’idea o concetto è l’aspetto più importante del lavoro. Quando un artista utilizza una forma concettuale di arte, vuol dire che tutte le programmazioni e decisioni sono stabilite in anticipo e l’esecuzione è una faccenda meccanica. L’idea diventa una macchina che crea l’arte. Questo tipo di arte non è teorico o esplicativo di teorie; è intuitivo, è coinvolto in tutti i tipi di processo mentale ed è afinalistico. Di solito è libero dalla dipendenza dall’abilità dell’artista, come artigiano. È obiettivo dell’artista interessato all’arte concettuale rendere il suo lavoro mentalmente interessante per lo spettatore, e perciò l’artista normalmente vorrebbe che diventasse arido sul piano emotivo. Non sussistono motivi per supporre, comunque, che l’artista concettuale finisca per annoiare lo spettatore. È soltanto l’aspettativa di una scossa emotiva, a cui è abituato chi è condizionato dall’arte espressionista, che potrebbe impedire all’osservatore di percepire questa arte. L’arte concettuale non è necessariamente logica. La logica di un pezzo o di una serie di pezzi è un espediente di cui ci si serve soltanto per poterlo distruggere. Si può usare la logica per mascherare l’intenzione vera dell’artista, per cullare l’osservatore nella sua illusione di capire l’opera, o per implicare una situazione paradossale (come logica contro non logica). Non v’è bisogno che le idee siano complicate. La maggior parte delle idee di successo sono ridicolmente semplici. Le idee di successo di solito hanno l’aspetto della semplicità perché sembrano inevitabili. In termini di idea l’artista è libero perfino di stupire se stesso. Le idee si scoprono attraverso l’intuizione. L’aspetto delle opere d’arte non è troppo importante. Se ha una forma fisica bisogna che assomigli in qualcosa. Non importa quale forma potrà avere alla fine, deve cominciare con un’idea. L’artista è interessato al processo di ideazione e di realizzazione. Una volta ricevuta una realtà fisica dall’artista il lavoro è aperto alla percezione di tutti, artista compreso. (Uso la parola “percezione” per intendere l’apprendimento dei dati sensibili, la comprensione oggettiva dell’idea e contemporaneamente l’interpretazione soggettiva di entrambi). Si può percepire il lavoro d’arte soltanto dopo che è stato ultimato. L’arte intesa fondamentalmente come sensazione dell’occhio dovrebbe essere chiamata percettiva anziché concettuale. In questa rientrerebbero l’arte ottica, cinetica, della luce e del colore.

Dal momento che le funzioni dell’ideazione e della percezione sono in contraddizione (una viene prima e l’altra dopo) l’artista vor­rebbe mitigare la propria idea applicandole un giudizio soggettivo. Se l’artista vuole analizzare completamente la sua idea, allora dovrebbe ridurre al minimo le decisioni arbitrarie o casuali, mentre il capriccio, il gusto e altre fantasie andrebbero eliminate dalla creazione artistica. Il lavoro non deve essere per forza rifiutato, se non ha un bell’aspetto. A volte quello che inizialmente si riteneva sgradevole potrebbe risultare visualmente piacevole.

Lavorare con un programma prestabilito è un sistema per evitare la soggettività e inoltre ovvia alla necessità di progettare un lavoro alla volta. Il programma dovrebbe progettare il lavoro. Alcuni programmi richiederebbero milioni di variazioni, altri un numero limitato, ma entrambi sono circoscritti. Altri progetti comportano infinitezza. In ciascun caso, comunque, l’artista dovrebbe scegliere la forma e le regole fondamentali per controllare la soluzione del problema. Dopo di che, meno decisioni si prendono nel corso del lavoro, tanto meglio. Questo elimina per quanto è possibile l’arbitrarietà, il capriccio e la soggettività. Questa è la ragione per cui servirsi di questo metodo. Quando un artista utilizza un metodo modulare multiplo, di regola sceglie una forma semplice e ottenibile senza difficoltà. La forma in sé ha un’importanza molto limitata; diventa la grammatica per il lavoro completo. In effetti la cosa migliore è che l’unità di base sia deliberatamente priva di interesse, in modo che possa diventare facilmente una parte intrinseca dell’intero lavoro. L’uso di forme di base complesse si limita a smembrare l’unità del tutto. L’uso di una forma semplice restringe ripetutamente il campo del lavoro e concentra l’intensità sulla sistemazione della forma. La sistemazione diventa il fine, mentre la forma diventa il mezzo. L’arte concettuale in realtà non ha molto a che fare con la matematica, la filosofia o qualunque altra disciplina mentale. La filosofia dell’opera è implicita nell’opera stessa e non è un’illustrazione di qualche sistema filosofico. In realtà non importa se l’osservatore capisce i concetti dell’artista, osservandone l’arte. Una volta che il lavoro è uscito dalla sua mano, l’artista non ha alcun controllo sul modo in cui un osservatore potrà percepirlo. Persone diverse capiranno la stessa cosa in un modo diverso”. […]